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Piazze e ruralità, un rapporto ancestrale

13/04/2016 | Editoria
La piazza come unità di misura delle relazioni umane, come è sempre stata.

In ogni centro abitato, anche nel più piccolo, la piazza – cioè “lo slargo” che interrompe la densità abitativa e “raccoglie” in una dimensione pubblica la comunità – costituisce lo spazio delle relazioni umane. Non è un caso se il nostro linguaggio è ricco di riferimenti alla piazza (mettere in piazza, scendere in piazza, movimenti di piazza, fare piazza pulita, contrapporre la piazza, ecc.). Perché è qui, in fondo, che la società umana ha preso vita, che la democrazia ha visto la luce (nell’agorà greca), che la nostra civiltà è evoluta passando per i fori romani (con “l’invenzione” del diritto), per le piazze medievali dove è nato il pluralismo nel dialogo tra poteri e contropoteri civili e religiosi, per quelle scenografiche del rinascimento o del barocco.

Non va dimenticato, in tutto ciò, il ruolo aggregatore del commercio in piazza, strettamente connesso anche al tema dell’agricoltura. Ieri come oggi (e domani, con la rivalutazione del “chilometro zero”) i coltivatori “sbarcano” nei centri abitati per vendere i prodotti e le piazze rappresentano gli spazi prediletti. Si pensi al celebre mercato di piazza Campo de’ Fiori a Roma, immortalato anche in immortali pellicole cinematografiche con Aldo Fabrizi ed Anna Magnani.

E’ vero che le moderne esigenze di mobilità  o le norme igieniche spingono le amministrazioni a spostare i mercati in edifici al coperto (sempre a Roma, piazza Vittorio Emanuele), ma la storia mercantile di tante piazze è incancellabile, radicata nei secoli sin dalla denominazione: è il caso delle tante piazze delle Erbe nel Veneto, ma anche a Bolzano e a Fano, o di piazza della Frutta a Padova, che ha rappresentato per secoli il cuore commerciale della città. O piazzetta degli Ortaggi a Pistoia. O ancora le più artigiane piazze dei Mercanti, a Milano e a Lucca. Mentre ad Arcene, in provincia di Bergamo, è stata da poco restaurata piazza della Civiltà contadina, omaggio proprio all’operosità rurale.

Negli spazi urbani in cui viviamo, quindi, le piazze, soprattutto quelle storiche, costituiscono il luogo delle esperienze e delle memorie umane. Conseguentemente di sedimentazione delle identità. Rappresentano il territorio di aggregazione per eccellenza, ma anche la “summa” di tutta la produttività di un’area geografica grazie principalmente all’operato dei contadini, che con le fiere di piazza accostano una zona al suo prodotto caratteristico: ad Isernia (a piazza Ponzio) e a Fabriano (nelle piazze Garibaldi, del Mercato, Miliani e Giovanni Paolo II) la “fiera delle cipolle”, da sempre, costituisce il punto di riferimento di tutti gli agricoltori delle aree limitrofe.

Tornare a “prendere coscienza” di questi luoghi basilari per una socialità sana e per una democrazia realmente praticata è l’indicazione del giornalista  Giampiero Castellotti, autore del libro “Piazze in piazza”, ricerca storica multidisciplinare sull’architettura, sul ruolo e sulle funzioni della piazza, uscito da qualche giorno, che rilancia la funzione sociale della piazza. Del resto lo “stato di salute” di queste aree è spesso indicativo di una più generale crisi della modernità: le piazze odierne sono di frequente ridotte a semplici snodi per la mobilità, a spartitraffico, con un arredo urbano che privilegia il cartellone pubblicitario rispetto alla cura del monumento o del verde. Il loro ruolo è talvolta delegato alle nuove “piazze” social del web o ai “non luoghi” del commercio, dagli outlet ai centri commerciali.

Riprendersi cura delle piazze e valorizzare il loro ruolo identitario, esteso alle produzioni agricole della zona, costituisce, pertanto, un’esigenza primaria per rilanciare la socialità nella naturale dimensione collettiva.

Il sociologo Giuseppe De Rita, tra i massimi “lettori” della società italiana, nella prefazione al libro lascia aperta una speranza: “L’Italia è un Paese che si riconosce nelle proprie piazze, sia per i moti popolari che le percorrono ed occupano come per la volontà di regolare le istituzioni facendo riferimento alla loro eleganza architettonica. La nostra storia è fatta di una dialettica fra potere e contropotere giocata sui territori urbani. E se per un lungo periodo la piazza fu il terminale della relazionalità nell’Italia industriale e quindi anche dell’azione politica di massa, alla fine essa fu svuotata progressivamente, man mano che si affermò l’Italia del soggettivismo dispiegato e del fai da te, in ogni realtà socioeconomica. E così oggi che il ciclo del soggettivismo ha il fiatone, torna una domanda di relazionalità che si esprime anche nelle tante nuove piazze”.