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Luigi Cerciello Renna (AgriEthos - Unione Coltivatori Italiani): Lotta all'inquinamento dell'aria

10/01/2017 | Ambiente
Siamo in assenza di politiche territoriali di lungo respiro

Sono trascorsi quasi tre secoli da quando il medico svizzero Samuel Tissot, autore del celebre trattato “Avviso al popolo sulla sua salute” che la storia ci consegna come opera tra le più tradotte nella metà del Settecento, prese nei suoi scritti ad ammonire pubbliche autorità e persone più influenti e facoltose del tempo, evidenziando l’urgenza che gli abitanti delle zone rurali e più isolate fossero debitamente informati sullo stato di salubrità dei luoghi e sul rischio che particolari condizioni miasmatiche e atmosferiche, come pure alcune pratiche alimentari, provocassero il propagarsi delle malattie. Tissot, che dal 1781 al 1783 fu professore di medicina clinica all’Università di Pavia e che da direttore dell’Ospedale locale riuscì a debellare una delle più violente epidemie febbrili divampate nella Bassa Padana, auspicò che si potesse giungere in tempi brevi all’ampio riconoscimento di una nuova e più efficace misura profilattica fondata proprio sulla maggiore diffusione tra le genti della conoscenza dei caratteri di aria, acqua e cibo. E a tal fine intestò ai governanti il dovere e l’onere della raccolta sistematica dei dati ambientali e della relativa divulgazione alle masse territorialmente marginate e prive di educazione. In più, invocò il ricorso a provvedimenti preventivi appropriati che consentissero di fronteggiare gli eventi climatici e sanitari all’infuori dell’emergenza, nonchè un uso abituale dell’affissione nei luoghi pubblici di comunicazioni sullo stato dei luoghi e di avvisi al popolo recanti le osservazioni mediche da seguire in caso di bisogno.

A questo punto, vien da chiedersi: cosa rileverebbe lo sguardo acuto dell’illustre scienziato di Losanna se, a distanza di ben 60 lustri, d’un tratto irrompesse nell’Italia di oggi? Quali gli elementi più significativi che egli abburatterebbe una volta catapultato nel nostro complesso sistema antropico, ambientale e paesaggistico?

Di certo, quell’idea ottimistica del progresso che ha segnato la società umana del suo secolo - e di cui Tissot sarebbe convinto e autorevole portatore - conoscerebbe amaro disinganno. Perché, sebbene proiettato in una cornice bio-evolutiva di lungo periodo segnata dall’eccezionale e multiforme avanzamento delle scienze e delle tecniche, il medico svizzero non si attarderebbe a censire, forse incredulo, l’esistenza di una forma moderna di epidemia, estesa e violentissima, legata proprio all’esposizione degli individui agli inquinanti nell’aria. E a dispetto dei suoi tempi in cui le pestilenze si originavano nelle zone povere e arretrate, oggi egli avrebbe a che fare con un male impercettibilmente aggressivo e che si rivela maggiormente falcidiante nelle aree più popolate e marcate da sviluppo e benessere. Come pure si avvedrebbe della diminuzione delle malattie di tipo acuto, infettivo e parassitario che hanno flagellato l’uomo per secoli di contro al sorprendente aumento delle patologie cronico-degenerative e neoplastiche. Di fatto, quello italiano è un quadro d’insieme che si rivela inquietante: quasi 85.000 decessi prematuri all’anno causati dall’inquinamento atmosferico e la Pianura Padana (proprio là dove due secoli prima lo scienziato dovette misurarsi contro epidemie e morbi vari) quale territorio d’Europa più svantaggiato e insalubre per qualità dell’aria.

Nel contempo, Tissot troverebbe però conforto nel registrare la profonda trasformazione culturale delle genti, potendo in particolare apprezzare una spiccata sensibilità popolare verso i temi ecologici e la generale presa di coscienza e sete di conoscenza delle implicazioni sanitarie degli impatti ambientali.

Ciò nonostante, egli si imbatterebbe nella stridente assenza di politiche territoriali di lungo respiro in termini di pianificazione degli interventi e organizzazione dei servizi e in una generale refrattarietà degli apparati pubblici alla puntuale rendicontazione delle risultanze delle rilevazioni ambientali.

Tanto che, ove avesse pensato di portar con sè sotto braccio i rotoli di quelle stampe di avvisi e informazioni al popolo che nel suo secolo reclamava fossero affisse nei luoghi più frequentati, probabilmente oggi lo scienziato prenderebbe ad attaccarle sui muri lungo le strade e nelle piazze delle città, colto da una sorta di revanscismo verso i decisori contemporanei e dalla triste constatazione che il futuro non ha che allungato i coni d’ombra del passato.

Il riferimento immaginifico al salto temporale nella nostra epoca di Tissot, uno dei padri della ‘divulgazione della medicina’, conduce in vero ad una riflessione che lascia poco spazio a suggestioni: in  tema di riduzione e prevenzione delle emissioni inquinanti nell’aria - e più in generale di lotta all’inquinamento ambientale - l’Italia vive tuttora un evo storico assai critico, zavorrata da alcuni fattori involutivi: l’inadeguatezza del paradigma scientifico dominante, l’atavica carenza di soluzioni strutturali da parte dei policy-makers e la farraginosità del sistema pubblico di comunicazione ambientale. Quel che, in un nefando tutt’uno, acuisce il carattere antagonista delle comunità locali, che nella propria quotidianità sperimentano l’insoddisfazione per le risposte istituzionali alle criticità ambientali che pregiudicano qualità e benessere in chiave eco-sanitaria.

Appena il 30 novembre scorso, l’Agenzia Europea dell’Ambiente ha pubblicato, ad esito dei dati provenienti da tutte le stazioni di monitoraggio ufficiali d’Europa, il Rapporto “Air quality in Europe - 2015 report” secondo il quale nel nostro Paese, nell’anno 2012, l’avvelenamento dell’aria da parte del particolato fine (PM2,5) avrebbe provocato 59.500 morti premature rispetto alla normale aspettativa di vita, mentre l’ozono troposferico (O3, presente nei bassi strati dell’atmosfera) e il biossido di azoto (NO2) avrebbero causato rispettivamente 3.330 e 21.600 decessi.

Solo qualche mese prima, il 4 giugno 2015, veniva presentato uno studio finanziato dal Centro Controllo di Malattie del nostro Ministero della Salute da cui risulta che l'inquinamento atmosferico accorcia mediamente di dieci mesi la vita di ogni italiano e che nel Paese ogni anno 30.000 morti sono dovute solo al particolato fine (pari al 7% del totale dei decessi), imputando agli scarichi dei veicoli diesel e alla combustione di biomasse per il riscaldamento la principale responsabilità del contesto così determinatosi.

Ebbene, di aria ammalata si muore. Sul punto, è bene non tergiversare.

I più recenti approfondimenti dei meccanismi bio-molecolari e in particolare delle interferenze ambientali sul genoma umano, gli studi sui cancerogeni genotossici (il benzopirene, in primo luogo) e le ultime acquisizioni scientifiche sul rischio oncogeno da esposizione a polveri inalabili e fini (PM10 e PM2.5) hanno palesato un ruolo eziologico sostanziale degli inquinanti aerodispersi, avvalorando le correlazioni tra le alterazioni dell’ecosfera di origine antropica e l’espansione pandemica in atto delle patologie dismetaboliche, neurodegenerative e tumorali.

Ma, soprattutto, inducono a una seria revisione critica dei modelli di studio più diffusi, ai quali sono ancorate quelle evidenze epidemiologiche e tossicologiche che esauriscono le indagini oggi portate avanti dagli organismi di ricerca e vigilanza in ambito sanitario e ambientale: risultanze che, pur rimanendo indispensabili per la definizione di misure di sanità pubblica, sono di fatto insufficienti per valutare in maniera compiuta ed efficace il reale impatto dell’ambiente sulla salute.

Al di là dei limiti intrinseci dei correnti metodi e strumenti (centraline fisse che nel registrare la concentrazione dei contaminanti atmosferici non misurano l’ambiente di vita di ciascun individuo, valutazioni basate su modelli non pediatrici, l’impossibilità di rilevare tossicità derivanti da interferenze complesse, il mancato o tardivo censimento delle variazioni nella composizione degli inquinanti dovute ai cambiamenti nelle tecnologie e nella natura di carburanti e fonti di combustione – per citarne alcuni), ricorre più che mai la necessità, a monte, di un definitivo cambio di paradigma dominante, che faccia leva su una nuova visione di cancerogenesi ambientale e, più in generale, sul modo stesso in cui vengono a determinarsi le malattie, a partire dall'embrione.

Nei più è ancora radicato il presupposto concettuale di una inevitabile usura cui sarebbe soggetto il dna umano per effetto di modificazioni stocastiche, ossia imprevedibili e non prevenibili. Ma, come ampiamente argomentato per anni da alcuni autorevoli ricercatori (dall’oncologo Tomatis al professore Burgio), le moderne conquiste dell’epigenetica oggi consentono di superare lo schema delle mutazioni casuali del dna, identificando quest’ultimo con una rete di molecole la cui parte più dinamica (per l’appunto, l’epigenoma) è ininterrottamente indotta, modulata e trasformata dall'ambiente in cui è immerso l’individuo. Ed è sempre più dimostrato che l'esposizione continua del dna a particolato ultrafine, metalli pesanti e radiazioni ionizzanti colpisce e plasma l'epigenoma, determinando una sorta di stress genetico che nel giro di alcuni anni o decenni si traduce in mutazioni che danno poi origine a malattie e tumori. Peraltro, varie ricerche teorizzano finanche che gli inquinanti aerodispersi riescono ad interferire sull'assetto epigenetico dei tessuti fetali nei primi mesi della vita umana.

Or dunque, è stato già sottolineato come, in ordine alle patologie direttamente connesse all’inquinamento, studiosi e ricercatori parimenti competenti e accreditati propongano stime significativamente diverse sull’incidenza delle stesse nel complesso delle malattie umane, che oscillano tra una percentuale più contenuta di circa il 5% ed un valore più estensivo di circa il 30%.

Le valutazioni più modeste, collegate agli odierni studi epidemiologici e tossicologici, rimandano ad un paradigma teorico restrittivo, basato sull’assunto che ad una singola causa (esposizione ad una sostanza tossica o ad una commistione di inquinanti) sia associabile con sufficiente reiterazione e continuità, in un determinato lasso di tempo, un effetto ben precisato ed eventualmente riproducibile (come l’incremento di una malattia). Mentre le stime più ampie derivano dall’uso di un modello scientifico più esteso e dinamico, fondato sulla presa di coscienza delle nuove frontiere del dna, secondo il quale ogni modificazione fisio-patologica è il risultato di un processo attivo e reattivo del genoma umano in risposta alle assidue sollecitazioni provenienti dall’esterno e ogni rivolgimento epidemico stabile e crescente si pone come effetto di un mutamento repentino della relazione organismo-ambiente.

Sicchè, questa coabitazione tra paradigmi diversi ma con preponderanza del conservatorismo scientifico, ci pone oggi di fronte ad un cruciale mismatch tra i continui e rilevanti esiti della biologia molecolare - e in particolare dell’epigenetica - e le attuali metodologie di valutazione del rischio accettate dalla maggior parte degli studiosi e adottate dalle principali agenzie pubbliche sanitarie e ambientali.

E, per quanto la storia insegni che si tratti di passaggi lunghi e complessi, sino a quando non avrà diffusamente fatto presa un nuovo e più avanzato modello teorico, nei termini descritti, sarà legittimo revocare in dubbio l’assunto che si va attuando una aderente valutazione generale del rischio ambientale, senza gli effetti indiretti da un lato di una sorta di sommersione degli scostamenti delle percentuali di incidenza sulla salute delle persone e dall’altro di un rallentamento della necessaria rivisitazione della classificazione nosografica delle malattie.

In tale ottica, superando la definizione tempo fa utilizzata da Grandjean e Landrigan sulla rivista ‘Lancet Neurology’ (nel loro articolo parlavano di ‘pandemia silenziosa’), non possiamo non pensare all’inquinamento atmosferico anche come ad una vera e propria pandemia sommersa.