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Le “provocazioni” di Expo

09/04/2015 | Editoria
Il desiderio di rilancio del nostro Paese spinge più parti ad associare l’appuntamento milanese all'esigenza di riscatto nazionale

I grandi eventi internazionali, specie negli ultimi anni, stanno provocando reazioni sempre più contrastanti nell’opinione pubblica. Ad esempio, le più recenti edizioni degli appuntamenti sportivi, dai mondiali di calcio alle Olimpiadi, hanno visto la scia dei rituali entusiasmi delle tifoserie accompagnarsi a manifestazioni di opposizione anche violenta per gli impatti economici, politici, ambientali delle kermesse, fino alle denunce per lo sfruttamento lavorativo.

Expo 2015” sembra non sottrarsi a quella che è diventata una vera e propria regola. L’auspicato rilancio del nostro Paese e delle sue eccellenze, dopo quasi un decennio di disfacimento economico e sociale, spinge più parti ad associare strenuamente l’appuntamento milanese all’esigenza di riscatto di tutto il sistema-Paese. L’esaltazione delle attese non risparmia persino il ricorso a tinte infervorate e celebratorie che talvolta ricordano, nello stile, i vecchi filmati dell’Istituto Luce. Nel contempo, però, numerose cronache affiliano all’evento ben altro “made in Italy”, fatto di cementificazione selvaggia, sponsor discutibili, disorganizzazione e tanto malaffare, con l’inevitabile dinamismo della magistratura e delle patrie galere.

In questa contrapposizione, a volte feroce, tra due “letture” dell’esposizione milanese ci sembra che siano rari i casi in cui - con moderazione - si colga l’occasione dell’Expo per costruire una serena visione d'insieme delle tematiche che saranno comunque sul tappeto. A prescindere dall’inevitabile e fisiologico tasso di apologia, di affettazione o di ferrea contrarietà.

Le provocazioni di Expo”, il bel volume di Andrea Martire e Davide Tentori (edizioni Indialogo, Milano, 2015), ricolloca la kermesse meneghina su un piano di serena e prudente riflessione, supportata da visioni universali. E, con scientificità, da numeri eloquenti e aggiornati. Un approccio lontano dagli spot e diretto alle tematiche più stringenti per la nostra quotidianità, in fondo richiamate da quel “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, che intende rappresentare il biglietto da visita dell’edizione 2015 dell’Expo lombarda.

Nella prefazione del libro, Alberto Negri, giornalista del Sole 24 Ore, rievoca efficacemente la lezione di Leonardo da Vinci – la natura parte dell’uomo - quale sfida per Milano. Con tale richiamo in fondo segna la traccia per i cinque capitoli dell’agile libro che utilizza le 144 pagine per compiere un’indagine approfondita sui temi di cui sentiremo parlare con più vigore dal primo maggio in poi.

Il lungo cammino delle esposizioni universali costituisce l’apertura del volume. Qui gli autori ripercorrono oltre 150 anni di storia, partendo dai quei venticinque Paesi che qualificarono la prima edizione dell’evento nel 1851, a Londra, numero analogo a quello delle nazioni partecipanti nel 1906 a Milano (seppur con dieci milioni di visitatori in Italia rispetto ai sei milioni dell’appuntamento inglese). In mezzo il simbolo più prestigioso dell’esposizione universale, la Torre Eiffel, anno 1889. Un percorso che dalla promozione caratterizzante i primi decenni sfocerà nella propaganda politica dei regimi autoritari del Novecento, fino alla voglia di coesione internazionale nel periodo postbellico. Con una peculiarità costante: la persistente attenzione al progresso.

Negli anni più recenti, sono diventate imprescindibili le tematiche universali, in particolare quelle legate alla salvaguardia ambientale, specie dopo il Protocollo di Kyoto del 1997. L’ambiente, in tutte le sue declinazioni e problematiche, ha costituito, infatti, il tema dominante nel nuovo millennio, intrecciandosi con le crescenti manifestazioni di protesta, come ad Hannover nel 2000. L’attenzione alle energie rinnovabili e alla lotta agli sprechi hanno caratterizzato le edizioni di Aichi, in Giappone, nel 2005, e quella cinese di Shangai nel 2010 (con 121 Paesi partecipanti). Una sorta di preludio per Milano.

Il libro, in modo propositivo e virtuoso, coglie l’occasione della manifestazione universale meneghina per soffermarsi sui grandi temi, interconnessi tra loro, correlati principalmente – se non esclusivamente - alla salute del pianeta.

A prorompere, tra i nodi principali, è inevitabilmente la questione demografica. Cioè il sovraffollamento di persone sulla Terra. Abbiamo superato i sette miliardi di abitanti e probabilmente saremo quasi dieci miliardi nel 2050. A ciò si collegano i problemi della fame e della denutrizione: se oggi 805 milioni di individui non hanno di che nutrirsi (il 25 per cento della popolazione dell’Africa subsahariana), questo numero supererà il miliardo tra una trentina d’anni.

Il dato è aggravato dalle crescenti catastrofi naturali, causate anche dai sovvertimenti climatici e dai danni prodotti dall’uomo ai territori: lo scorso anno 402 eventi catastrofici hanno colpito 92 milioni di persone.

A ciò occorre sommare il fenomeno delle migrazioni, determinate principalmente dai conflitti bellici: secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, nel 2050 si potrebbero superare i 250 milioni di profughi.

Tale quadro, con i suoi drammi, dimostra come, al di là degli inflazionati aspetti esteriori dell’evento milanese (l’inevitabile “colore”), i contenuti costituiscano la reale “provocazione” dell’appuntamento, attraverso le tante possibili letture e le diverse prospettive di analisi. In tutto questo la geopolitica riveste un ruolo primario per le tematiche dell’Expo e per la salute del nostro pianeta: il futuro non può che essere declinato – obbligatoriamente - in maniera sociale e universale.

Torna, quindi, l’intuizione di Leonardo da Vinci, il necessario pensiero alla giuntura tra uomo e natura. Soltanto comportamenti consapevoli, responsabili e virtuosi degli individui possono assicurare un futuro al pianeta, concorrendo a determinare scelte e a proporre soluzioni “dal basso”.

Se al centro del dibattito c’è quindi inevitabilmente l’essere umano, con il suo ruolo di “consumatore”, oggi più attento alla salubrità dei prodotti e all’impatto di questi sull’ambiente, cioè alla cosiddetta “sicurezza alimentare” (consumatori in grado di diventare “massa critica”), nel contempo è il cibo - insieme all’acqua - a costituire non soltanto il bene irrinunciabile per antonomasia, ma anche un basilare elemento dell’economia mondiale, un rilevante fattore sociale, il principale dei diritti, l’ambasciatore dello stato di civiltà e di progresso tecnologico di un Paese o di un intero continente.

Da tali componenti – consumatori, cibo e acqua – si diramano tutte le questioni cruciali per il nostro vivere quotidiano e per la salute del nostro pianeta.

Il libro le analizza nel dettaglio, partendo da quelle più correlate al mondo agroalimentare: gli organismi geneticamente modificati, presenti nell’11 per cento della superficie coltivabile del pianeta; il fenomeno del “land grabbing”, l’accaparramento di terre fertili da parte delle multinazionali in tutto il mondo, soprattutto in Africa; lo spreco alimentare, per cui si butta via circa un terzo di tutta la produzione mondiale, secondo le dichiarazioni di Josè Graziano da Silva, direttore generale della Fao (cibo che potrebbe sfamare 500 milioni di persone); l’iperconsumo e la sua conseguenza più diretta, l’obesità, che ormai coinvolge un miliardo e mezzo di persone nel mondo, con effetti disastrosi sulla spesa sanitaria: al contrario di ciò che si potrebbe ipotizzare, con l’esplosione della crisi economica il fenomeno è in aumento a causa della diffusione del cibo spazzatura al posto di quello sano.

Gli autori del volume si soffermano, più nel dettaglio, su questioni specifiche del mondo agricolo: è il caso del consumo crescente di carne bovina, a causa dell’aumento del potere d’acquisto medio nei nuovi colossi economici mondiali, come Brasile e Cina. La crescita del consumo di carne determina, tra l’altro, l’aumento di prezzo del prodotto, che quindi diventa più appetibile ai produttori che ne incrementano le quantità, in una spirale nociva per l’ambiente: per produrre 200 grammi di carne rossa, infatti, occorrono 25.000 litri di acqua, a cui si aggiunge il metano prodotto dal processo di digestione dei ruminanti, micidiale per il buco nell’ozono.

Problemi analoghi riguardano la moria delle api a causa degli antiparassitari, l’impoverimento del pescato nei mari, il boom dei biocarburanti che sottraggono territori alle produzioni alimentari, la “globalizzazione” di molte specie animali e vegetali, con gravi danni sia per gli habitat tradizionali sia per quelli di nuova colonizzazione (il batterio killer della Xylella fastidiosa, che sta provocando il disseccamento e la morte di centinaia di migliaia di ulivi in Puglia, è figlio di questa “delocalizzazione selvaggia”).

Questioni non marginali dal momento che l’agricoltura, per quanto sempre meno influente per il Pil globale, dà però da vivere a un terzo della popolazione mondiale. I terreni ancora potenzialmente sfruttabili per il 90 per cento sono concentrati in appena sette Paesi: Brasile, Congo, Angola, Sudan, Argentina, Colombia e Bolivia. Una sezione del libro offre focus su singoli Paesi o su aree del mondo particolarmente strategiche per il futuro.

La dettagliata panoramica sulle condizioni dell’agricoltura - e del pianeta in genere - e sulle sue principali problematiche accende, inevitabilmente, una serie di interrogativi sui nostri modelli di crescita, costruiti quasi esclusivamente sull’aumento dei consumi e sulla massimizzazione del profitto, il cui principale misuratore, il Pil, è decisamente incompleto in quanto non tiene conto delle ricadute ambientali. L’economia contemporanea - in cui anche l’originario modello economico e sociale di stampo liberista è sempre più corrotto e privato di un’etica – è riuscita ormai ad includere sotto l’ombrello della finanza persino le derrate alimentari, ha trasformato il cibo in merce sottomettendolo alle logiche del marketing e alla distribuzione senza limiti, sta speculando sui terreni. La produzione sottomessa a poteri liquidi e sfuggenti, in sostanza, sta mettendo a rischio persino il tasso di democrazia degli Stati più avanzati, estromettendo i cittadini dai processi decisionali. Condizioni anomale che rendono sempre più complesse le analisi e plurali le prospettive. Le conseguenze più evidenti risiedono in un dibattito in cui ideologie emergenti si ritagliano spazi imprevedibili: è il caso delle istanze presentate da movimenti sociali con la riconquista delle piazze, o l’internazionalizzazione delle posizioni noglobal o ancora le teorie intriganti finalizzate alla “decrescita felice”. Masse crescenti di cittadini che s’interrogano principalmente sui rapporti tra produzione e diritti, tra economia e democrazia, tra informazione ed educazione.

Il pur importante ruolo svolto dagli organismi internazionali, come la Fao e il Programma alimentare mondiale, entrambi delle Nazioni unite, o l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), concentrato essenzialmente nell’offrire cibo alle popolazioni svantaggiate, pertanto non appare più sufficiente: servono soprattutto concrete azioni politiche volte principalmente a garantire la giustizia sociale, la pace e la stabilità, l’armonia con l’ambiente, ma anche supporto ai produttori, ad esempio in termini di credito bancario, nonché a garantire strumenti culturali ed educativi a fasce sempre più ampie di popolazione.

Il ruolo dell’Italia, nell’imminente appuntamento milanese, può diventare rilevante. Non tanto perché ospita l’Expo (sebbene la Lombardia faccia il 25 per cento del fatturato agroalimentare italiano, oltre ad essere leader delle biotecnologie), ma in quanto offre un sistema rurale d’eccellenza, che è anche modello virtuoso di comportamento. Una tradizione sostanzialmente sana, che pur sposandosi con nuove tecnologie non rinuncia a sbandierare i propri valori, dall’agricoltura familiare, custode delle risorse naturali, alle produzioni di qualità e certificate, dall’attenzione alla sicurezza alimentare al rispetto per l’ambiente e per l’identità territoriale, dalla filiera corta al “chilometro zero”, dal biologico e biodinamico ai Gruppi di acquisto solidale fino alla lotta alla contraffazione.

In questo senso, il successo dell’evento milanese è legato proprio a questa “provocatoria” sfida: essere non solo vetrina, ma opportunità d’incontro e di condivisione di idee e di conoscenze, in cui l’aspetto materiale del cibo vada affiancato a quello immateriale, cioè alla cultura del popolo che lo produce.