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La tecnologia Ccs contro l’anidride carbonica? Resta al palo

16/05/2012 | Ambiente
C'è una tecnologia che permette di convogliare l'anidride carbonica nel sottosuolo. Ma il risultato non appare certo e gli ambientalisti sono contrari. Il nostro approfondimento

Si chiama Ccs e sta “Carbon capture and storage”. Si tratta dell’impianto che cattura e confina sotto terra - ad esempio in vecchi giacimenti di petrolio e gas - l’anidride carbonica prodotta dalle emissioni delle centrali a carbone. Sbandierato negli ultimi anni come una panacea, oggi è fermo al palo.

Un dossier realizzato dal World Watch Institute, uno dei più prestigiosi centri studi ambientali statunitensi, conferma che nel corso del 2011 gli investimenti in progetti Ccs sono rimasti stabili a 23,5 miliardi di dollari, la stessa cifra raccolta l’anno precedente. Ciò nonostante gli esperti dell’International energy agency sostengano che con il Ccs sia possibile contribuire per un quinto dei tagli di CO2 programmati per il 2050, di cui almeno tre dozzine entro un decennio.

Ma ciò richiederebbe almeno tremila grandi impianti di Ccs, rispetto agli otto attualmente attivi e altri 75 progettati. Eppure gli Stati Uniti da oltre un decennio stanno riponendo massima attenzione alla nuova tecnologia. Ad esempio, lo “Stimulus plan” varato nel 2009 dall’amministrazione Obama ha riservato tre miliardi di dollari ai progetti di Ccs. A fine 2011 gli Usa concentravano 7,4 dollari dei totali 23,5 miliardi di dollari di stanziamenti statali convogliati a progetti di Ccs.

Altri Paesi leader nella tecnologia sono Australia, Canada, Corea del Sud e Norvegia (qui, a Morgstad, c’è il più grande centro pilota al mondo). L’Europa, in seconda fila, conta una ventina della settantina di progetti programmati. E non mancano i problemi. La tecnologia raccoglie l’ostilità di gran parte del mondo ambientalista. Si teme che l’anidride carbonica convogliata sotto terra possa riemergere nell’atmosfera.

C’è poi l’aspetto economico: a fronte di una carbon tax dell’ordine di nove dollari a tonnellata, l’opzione Ccs raggiunge un costo tra i 50 e i 100 dollari per ogni tonnellata di andride carbonica, molto più del prezzo fissato sul mercato delle emissioni. Infine l’aspetto dei risultati: nel 2010 la tecnologia ha ridotto le emissioni complessive del settore energetico di solo lo 0,5%. Così a Bergermeer, in Olanda, il cantiere di un impianto è stato sospeso a seguito della sentenza della magistratura su pressione della pubblica opinione.

In Italia un primo impianto pilota con tecnologia Ccs è stato inaugurato nel marzo 2011 dall’Enel 2 presso la centrale Federico II di Brindisi. L’Unione europea ha riconosciuto ad Enel un finanziamento di 100 milioni di euro per il progetto di Brindisi e per le attività preliminari alla realizzazione di un impianto a Porto Tolle, che è però legato all’attesa sentenza del Consiglio di Stato sulle sorti della centrale.