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La “Bizzarria”, l’agrume de' Medici

30/03/2012 | Agricoltura
Riscoperti gli agrumi perduti. Tra tutti, spicca la bizzarria, celebrata nel corso dei secoli

Villa Medicea di Castello, nella zona collinare di Firenze, è celebre soprattutto per i magnifici giardini, secondi solo a quelli di Boboli. Commissionati da Cosimo I intorno al 1537, ancora oggi incarnano tra le più belle espressioni di giardino all'italiana, gestito dalla Soprintendenza per il Polo Museale di Firenze.

Quasi cinquecento anni di storia, ma con alterne vicende. A fine Settecento sono caduti in stato di abbandono. E le aiuole sono state ripristinate soltanto negli anni Ottanta grazie a meticolosi studi botanici e, in particolare, all’osservazione di alcuni dipinti di Sandro Botticelli.

Il pittore quattrocentesco fu incaricato di eseguire “La Primavera”, eseguita nel 1482, proprio per la Villa di Castello, poi destinata agli Uffizi. Si dice che per realizzare il celebre dipinto, Botticelli si ispirò proprio a questo giardino. Quindi i quadri rappresentano delle “istantanee” particolarmente fedeli. Il recupero di questa meraviglia naturale si deve principalmente all’esperto “giardiniere” Paolo Galeotti, 49 anni, fiorentino, curatore delle collezioni botaniche di Villa Medicea di Castello e della vicina Villa Corsini.

Ma non solo. Essendo tra i più qualificati botanici a livello nazionale, ha riclassificato i giardini di Hanbury di Ventimiglia, cura le coltivazioni di Villa Pisani di Venezia e Villa d’Este di Tivoli (dove ha reintrodotto la collezione di agrumi assente dal Settecento), collabora con l’Università di Firenze per l’Orto Botanico (“Giardino dei Semplici”) e il Giardino delle Montalve. Anemoni, bucaneve, iris, narcisi, ranuncoli: i nomi delle meraviglie costituiscono il segreto di fioriture mozzafiato.

Ma Galeotti è soprattutto uno dei maggiori esperti al mondo di agrumi. Attraverso la botanica e la trattatistica, è riuscito a riclassificare almeno cento agrumi storici, compresi quelli delle collezioni medicee a Firenze. Così in Piemonte, a Cannero Riviera (Verbania), ha riclassificato varietà che qui si coltivano fin dal Seicento grazie allo speciale microclima. Pur non essendo un tassonomo, ha riclassificato e ordinato agrumi antichi. Il genere al quale appartiene questo genere di frutti è il Citrus. Le specie originarie sono tre: il pummelo (Citrus grandis), il cedro (Citrus medica) e il mandarino (Citrus reticulata).

Poi ci sono gli ibridi naturali. Tra le varietà, ad esempio, riconducibili all’epoca medicea troviamo l’arancio amaro (Citrus aurantium), il cedrato di Firenze (Citrus limonimedica “Fiorenza”), il limoncello di Napoli (Citrus aurantifolia “Neapolitanum”), il pomo di Adamo (Citrus lumia “Pomun Adami”) e la Bizzarria (Citrus aurantium “Bizzaria”).

Proprio quest’ultima, la “Bizzarria”, rappresenta un po’ il fiore all’occhiello. Perché si credeva fosse andata perduta. “Nel 1980 nei pressi di Firenze, grazie alle mie ricerche storiche sulle caratteristiche morfologiche degli agrumi storici - racconta Galeotti - sono stato in grado di scoprire un rametto con tre foglioline che apparivano diverse dalle altre. Era la Bizzarria, che non si vedeva da un secolo e mezzo nel mondo. Grazie all’innesto, tre anni dopo fece i frutti e fu la conferma definitiva”.

Il nome deriva dall’aspetto inconsueto della sua buccia bitorzoluta. E soprattutto si tratta di un agrume unico che, pur avendo i caratteri genetici dell’arancio amaro, si presenta morfologicamente come tre specie diverse di agrumi: arancio amaro, cedro e limone, contenuti contemporaneamente nello stesso frutto di colore giallo, arancione e verde.

L’origine della “Bizzarria”, particolarmente ammirata come una vera e propria star, è stata lungamente dibattuta. Il naturalista fiorentino Pietro Nati, direttore dell’orto botanico di Pisa, scrive nel 1674 una “Osservazione fitologica fiorentina del pomo cedrato-arancio in Firenze volgarmente La Bizzarria” e si rivolge nell’introduzione al marchese Don Lorenzo Panciatichi nel giardino del quale, nella villa di Torre degli Agli, era stata scoperta nel 1644 “la Bizzarria”. Scrive Nati: “Il nuovo pomo aureo nato per la prima volta nello amenissimo giardino della tua magnifica villa suburbana, che una volta suscitò l’ammirazione di tutta la Toscana e che ora più largamente propagato per mezzo dello innesto merita il plauso universale di tutto il mondo, ...richiedeva uno scrittore piacevole che rendesse pubblica la sua notizia storica e le ignote cause della sua origine...”.

Francesco Redi così la descrive in una lettera del 1665 al cardinale Leopoldo de’ Medici: “...una bizzarria esternamente fatta a strisce alternative irregolarmente di cedrato e d’arancio...la tagliai nel mezzo e .. mi avvidi di aver tagliato tre pomi incastrati l’uno nell’altro. Il primo conteneva in seno gli altri due. L’altro pomo che succedeva era un’arancia schietta tanto nella buccia quanto nell’agro, il terzo e ultimo pomo... era un cedrosino ben fatto e senza punto di mescolanza d’arancio”. Ne parla anche Paolo Bartolomeo Clarici, nella “Istoria e coltura delle piante” (1726), definendola “una pianta di sua natura non generata dal caso né dell’arte prodotta”.

Un frutto di questo strano agrume fu disegnato nel XVII secolo dal pittore Baldassarre Franceschini il Volterrano, il quale lavorò presso le Ville Medicee di Castello e La Petraia. In questo lavoro di scavo storico, Galeotti ha anche rispolverato le antiche tecniche di coltivazione per ciò che riguarda, ad esempio, le concimazioni organiche naturali, rinvenute nei trattati e nelle ricette, come quella del brodone per governare le piante, fino al vecchio metodo per sapere quando innaffiarle battendo il vaso.

“La Bizzarria” è oggi particolarmente diffusa, soprattutto in Toscana. Alcune piante sono acquistabili, ad esempio, nel pistoiese.