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L’Europa e l’impegno sull’energia

10/03/2011 | Energia
L'emergenza energetica all'esame dell'Europa. Ricadute sulla vita quotidiana.
ROMA - Lo scorso 10 novembre la Commissione europea ha pubblicato la comunicazione “Energy 2020. A strategy for competitive, sustainable and secure energy” con cui definisce le priorità energetiche per il prossimo decennio. L’iniziativa, basilare per gli indirizzi politici che caratterizzeranno il prossimo decennio, rafforza provvedimenti precedenti, quali il “pacchetto clima-energia” del 10 gennaio 2007 e il documento “Europa 2020”, con il quale la Commissione Barroso II ha messo al centro dei piani di rilancio l’efficienza energetica, le rinnovabili e il taglio delle emissioni (la cosiddetta politica del “20-20-20”, cioè -20% di emissioni di Co2, +20% nell’uso di energie rinnovabili e +20% in termini di efficienza energetica). Tra gli incentivi, il VII programma quadro per la ricerca, il piano anticrisi, i fondi regionali e le nuove linee guida per gli aiuti di Stato. La direttiva “Eco design”, approvata nel novembre 2009, ha inoltre costituito un tassello di grande valore sul fronte dell’efficienza, modificando la direttiva 2005/32/CE limitata ai soli “Energy using products” ed estendendola anche agli “Energy related products”, cioè ai prodotti legati anche indirettamente al consumo di energia, quali materiali isolanti, rubinetti e serramenti,. Altra importante tessera del mosaico normativo è stata la nuova direttiva Ecolabelling, approvata nel giugno 2010, che consente ai consumatori di scegliere prodotti che consumano meno energia, facilmente individuabili grazie a precise etichettature (la scala A-G è ulteriormente differenziata con le classi A+, A++ e A+++ sopra la classe A). Lo scorso 4 febbraio, infine, s’è svolto il primo Consiglio europeo sull’energia. L’elenco delle iniziative comunitarie costituisce soltanto l’ultima tappa di un percorso politico che vede la questione energetica come cruciale per gli scenari futuri comunitari. L’Europa ha infatti acquisito crescente consapevolezza che i temi energetici incarnino una rilevanza che si discosta ormai dai confini settoriali, investendo comparti strategici quali la finanza, l’edilizia, l’industria, il terziario, l’agricoltura. E che le esigenze economiche, le pretese di equità e gli obiettivi di sostenibilità richiedano risposte di respiro globale che guardino al lungo periodo. Inoltre le scelte europee in tema di sviluppo sostenibile, innovazione tecnologica, liberalizzazione e integrazione dei mercati determinano ricadute crescenti sulle decisioni pubbliche nazionali e locali, costituendo quindi il presupposto per politiche di rilancio della competitività comunitaria. Il documento “Energia 2020” del novembre scorso riassume le condotte per i prossimi anni. L’efficienza energetica ne costituisce il nodo centrale, accompagnando le altre azioni indicate per affrontare le sfide del risparmio energetico: dalla realizzazione di un mercato caratterizzato da prezzi competitivi e forniture sicure (che includono temi strategici come la sicurezza, il mercato unico, la transizione verso il low carbon e la diversificazione degli approvvigionamenti per evitare le numerose crisi internazionali) alla promozione del primato tecnologico e di negoziati effettivi con i partner internazionali. L’obiettivo essenziale è quello di limitare la dipendenza dall’estero, anche in virtù dei numerosi choc energetici che hanno caratterizzato gli ultimi decenni: Yom Kippur (1973-74), la guerra Iran-Irak (1979-80), la guerra del Golfo (1990), l’invasione dell’Iraq (2003), la crisi russo-ucraina (2008), fino ai contemporanei sconvolgimenti del Nord Africa. Del resto il quadro della subordinazione alle forniture estere è emblematico: l’Europa ha un grado di dipendenza energetica dall’estero del 50,5%, con Spagna (76,5%) e Italia (84,3%) fanalini di coda (dati 2009). Le maggiori importazioni di gas da Russia (29%), Algeria (12,5%) e Libia (2,5%), di petrolio da Russia (29%) e Libia (9%). Il sito della “iea.com” di Parigi offre aggiornati ed emblematici dati statistici: mentre il nucleare assicura il 30% dell’elettricità europea (il 16% a livello mondiale), il solare fotovoltaico è ad appena lo 0,5%. L’Italia importa energia nucleare, soprattutto da Francia, Svizzera e Slovenia, per circa il 14% del fabbisogno. Di fronte a tale quadro, la strategia energetica, nel dettaglio, individua cinque priorità. La prima mira a sostenere il risparmio energetico. Un disegno da attuare anche attraverso incentivi agli investimenti e strumenti di finanziamento innovativi. Particolare interesse è rivolto al settore del patrimonio edilizio, responsabile di circa il 40% dei consumi energetici. Su questo terreno, la nuova direttiva per l’efficienza energetica degli edifici impone standard “quasi zero” a tutti gli edifici pubblici entro il 31 dicembre 2018, con due anni di tempo in più per quelli privati. Livelli minimi di efficienza devono essere definiti anche per gli apparecchi tecnici (caldaie, condizionatori, ecc.) e per i materiali (tegole, vetri, isolanti, ecc.). Nel contempo si spingono i locatori a migliorare l'efficienza energetica delle loro proprietà. Obiettivo: risparmio del 5-6% di energia entro il 2020, pari a 270 miliardi di euro l’anno, e al taglio del 5% di di CO² (con la possibile creazione di 500mila posti di lavoro). Analogo interesse per il settore dei trasporti, responsabile di circa un quinto delle emissioni europee. Per limitare le emissioni nocive, l’Unione europea ha già definito un quadro di norme, tra cui la legislazione “Euro”, il regolamento 2009 e la comunicazione di aprile 2010 che limitano le emissione di CO² nei nuovi modelli di auto a partire dal 2012, prevedendo standard comuni per l’auto elettrica. Centrale il ruolo dell'amministrazione pubblica: la concessione di fondi pubblici deve essere condizionata al rispetto di criteri di efficienza energetica. Il risparmio è, dunque, la colonna portante della strategia: il futuro si gioca sull’obiettivo di ridurre i consumi del 20% entro il 2020 attraverso provvedimenti minori, quindi misurabili e monitorabili attraverso i piani nazionali per l’efficienza. Nel settore industriale, particolare attenzione viene riservata ai certificati di efficienza energetica, che costituiscono un incentivo per le imprese a investire in tecnologie a basso consumo energetico. Se Austria e Germania primeggiano da anni nella bioedilizia, i Paesi scandinavi brillano per la mobilità sostenibile: la Svezia, ad esempio, ha deciso di eliminare i carburanti tradizionali dai trasporti a partire dal 2030. La Francia è invece leader per l’auto elettrica. Il secondo punto della strategia energetica comunitaria, tra i più rilevanti, riguarda gli investimenti infrastrutturali. Sul tappeto ci sono mille miliardi di euro. Con l’obiettivo che entro il 2015 nessuno Stato membro debba rimanere “elettricamente” isolato. Tra i progetti intercontinentali, ricordiamo il Desertec per il solare a concentrazione e la grande rete per l’eolico offshore nel Mare del Nord. Uno sportello unico dovrebbe coordinare tutti i permessi necessari per la realizzazione dei progetti. I fondi dovrebbero essere pubblici e privati, con la possibilità di mobilitare risorse aggiuntive dal budget comunitario. Su questo punto, Jason Anderson, responsabile europeo del settore energia del Wwf, evidenzia però come la strategia resti piuttosto vaga sull’aspetto riguardante i finanziamenti. L’obiettivo d’integrazione dei 27 Stati membri anche sul fronte dell’energia anima l’indirizzo del terzo punto. Ciò equivale alla costruzione di un mercato pan-europeo integrato, rimuovendo ad esempio le barriere commerciali. Il quarto ribadisce il ruolo guida dell'Europa nelle tecnologie e nell'innovazione energetiche. In proposito saranno lanciati quattro progetti in settori chiave per la competitività dell'Europa: nuove tecnologie per le reti intelligenti e stoccaggio dell'energia elettrica, ricerca sui biocarburanti di seconda generazione e partenariato “città intelligenti” per promuovere il risparmio energetico a livello locale. Sul piano dei costi il quinto e ultimo punto: la Commissione propone nuove misure sul confronto dei prezzi, il cambio di fornitore e la fatturazione trasparente. Mentre l’Europa è orientata a scelte abbastanza chiare e sostenibili sul fronte energetico, nel nostro Paese le rinnovabili sono abbandonate all’incertezza. Il recente e travagliato decreto Romani, che punta sostanzialmente alla graduale abolizione del meccanismo dei certificati verdi (a fronte di incentivi definiti attraverso aste al ribasso per gli impianti di potenza superiore a valori ancora da definire e per progetti di riconversione del settore saccarifero) segna l’ennesima rivoluzione normativa ad una disciplina degli incentivi alla produzione di elettricità da impianti rinnovabili che è già passata per meccanismi a tariffa amministrata (“Cip 6 del 1992), a quota d’obbligo con certificati verdi (decreto 77 del 1999), a tariffe amministrate per impianti di piccole dimensioni e nuovi certificati verdi per quelli più grandi (dal 2008). L’esitazione, in un contesto globale che si muove decisamente nella direzione della green economy, è la peggiore delle ricette.