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Intervista/ Rabboni (Emilia-Romagna): “Per un’agricoltura contrattualizzata, sburocratizzata e rafforzata nelle filiere”

10/12/2012 | Realtà locali
Proseguiamo il nostro tour per comprendere come sta la nostra agricoltura. Il caso dell'Emilia Romagna.

Con Tiberio Rabboni dal 2005 assessore all’Agricoltura della Regione Emilia-Romagna, continua la nostra serie di interviste con i protagonisti istituzionali dell’agroalimentare italiano a livello locale. Nato a Cento (Ferrara) nel 1952, coniugato, tre figli, risiede a Castel di Casio, nell’Appennino bolognese, Rabboni dopo essere stato consigliere e assessore al Comune di Galliera (Bologna), nel 1985 è stato eletto per il Pci in Consiglio provinciale e tre anni dopo ha assunto la responsabilità di assessore provinciale alla Scuola, Formazione professionale e Sicurezza sociale.

Nel 1995 è stato a fianco di Vittorio Prodi nella prima Giunta provinciale dell’Ulivo con la delega alla Pianificazione territoriale, Edilizia residenziale pubblica, Trasporti e Viabilità. Dal 1996 al 2004 ha svolto il ruolo di vicepresidente, con la delega dal 1999 alla Programmazione e pianificazione territoriale, alle Politiche per il trasporto pubblico e all’Edilizia residenziale pubblica. E’ stato consigliere di amministrazione di Interporto spa, Istituti Ortopedici Rizzoli, Consorzio “Bologna Innovazione”, Ferrovie Emilia-Romagna.

- Assessore Rabboni, l’Emilia-Romagna è una delle regioni simbolo dell’agroalimentare italiano. Quali sono le peculiarità produttive dei vostri territori? “Innanzitutto la marcata proiezione nazionale ed internazionale delle imprese: Inalca, Grandi Salumifici Italiani, Amadori per le carni fresche e lavorate, Barilla per la pasta e prodotti da forno, Apo Conerpo, Apofruit per gli ortofrutticoli freschi, Conserve Italia per quelli trasformati, Almaverde e Alce Nero per il biologico, Caviro, Cevico e Cantine Riunite per il vino, Granarolo e Parmalat per il comparto lattiero – caseario solo per citare i casi di maggior successo. Ad essi si affiancano numerose altre imprese di dimensioni meno significative, caratterizzate comunque da buoni livelli di efficienza, da una notevole propensione all’investimento e da una forte capacità di sviluppare numerosi rapporti a “rete”, ovvero di operare all’interno di distretti produttivi, fortemente connotati dal punto di vista territoriale, ad elevata specializzazione ed in grado di supplire in molti casi, ai limiti strutturali che caratterizzano diverse imprese. I distretti rappresentano, quindi, una peculiarità della nostra struttura produttiva; nel corso degli anni sono andati via via caratterizzandosi per lo sviluppo di piccole e medie imprese collegate direttamente al settore agricolo ed alimentare – impiantistica per la trasformazione dei prodotti, packaging, meccanizzazione agricola, servizi di marketing – orientate all’export ed in grado di competere sui mercati globali grazie ad una grande attenzione all’innovazione ed alla qualità. Altro tratto distintivo della nostra realtà è rappresentato dal rilevante peso economico dei prodotti di qualità fortemente legati al territorio, alla sua storia ed alla cultura materiale della nostra gente. La Regione Emilia-Romagna è la prima per numero di denominazioni Dop e Igp riconosciute a livello comunitario; prodotti noti ed apprezzati come Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, Mortadella Bologna, Aceto Balsamico di Modena, solo per citare i più significativi, consentono di sviluppare un rilevante volume di affari e contribuiscono a promuovere l’immagine del “Made in Italy” a livello mondiale. Tra i nostri punti di forza, è opportuno citare anche l’elevato livello di organizzazione complessiva del comparto agricolo emiliano-romagnolo, la presenza capillare di associazioni di produttori e di realtà cooperative fortemente radicate sul territorio che nel corso degli anni hanno svolto un ruolo significativo per la crescita imprenditoriale degli associati grazie alla fornitura di una vasta gamma di servizi, in particolare nel settore dell’assistenza tecnica, ed alla messa in campo di strumenti concreti per la valorizzazione delle produzioni – come nel caso dello sviluppo e della diffusione di metodi di coltivazione a basso impatto ambientale – in grado di supplire, in molti casi, ai limiti connessi ad una dimensione aziendale non ancora ottimale”.

- Com’è andata l’annata agraria 2012? “L’annata è stata segnata da tre eventi drammatici, uno più grave dell’altro: il nevone di febbraio in Romagna, la prolungata siccità in gran parte della regione e il terremoto del 20 e 29 maggio in Emilia. I danni alle strutture, alle macchine e alle scorte sono stati ingentissimi, così pure i danni ad una parte delle produzioni. Ciononostante il valore della produzione agricola 2012 pare allineato con quello dello scorso anno. Un dato che si spiega con l’aumento di prezzi agricoli che ha accompagnato la sensibile riduzione dei quantitativi prodotti in regione, oltre che in Italia e in molti altri Paesi agricoli. Gli aumenti di Plv più significativi si sono verificati nel vitivinicolo, nei cereali (con l’eccezione particolarmente negativa del mais), nelle colture arboree e negli allevamenti”.

- Qual è lo stato di salute delle imprese agricole? “La situazione regionale è descritta molto bene dal Censimento generale dell’agricoltura del 2010 da cui emergono molte ombre e, per fortuna, anche qualche luce. Innanzitutto nell’arco di un decennio le imprese agricole sono calate del 31%. Il calo è particolarmente significativo nelle aree montane e per le realtà di piccole dimensioni mentre, fortunatamente, aumentano le imprese con superficie superiore a 50 ettari. La superficie media aziendale passa a 14,63 ettari contro i 10,65 ettari rilevati nel 2000 mentre diminuisce (-5,5%) la superficie agricola utilizzata (Sau) che si attesta a 1.066.773 ettari contro i 1.129.280 ettari del 2000. Il calo è particolarmente accentuato in montagna – con una riduzione del 20,4% rispetto al 2000 – ed in alta collina dove le condizioni ambientali limitano notevolmente le possibilità di reddito anche a causa degli elevati costi di produzione non compensati da maggiori prezzi delle produzioni. I giovani conduttori di aziende agricole (età inferiore a 40 anni) presenti in Emilia-Romagna al 2010 sono 5.597, pari al 7,7% del totale delle aziende censite, e conducono 119.597 ettari di Sau, ovvero l’11,24% del totale regionale. Le aziende con Sau compresa tra 50 e 100 ettari aumentano del 13,2%, quelle superiori a 100 ettari del 27,3%; le aziende con oltre 50 ettari hanno in conduzione oltre il 47% della superficie. Questo dato raggiunge il 72% se si considerano anche le aziende con una Sau di oltre 20 ettari. In aumento anche il “mercato dell’affitto” che ha segnato un +20% rispetto al 2000 e che rappresenta una importante elemento di dinamismo a fronte della rigidità di un mercato fondiario caratterizzato da un elevato valore dei terreni agricoli. Le varie forme di affitto interessano circa il 40% della Sau rilevata nel 2010. Le aziende con bovini sono 7.357 (erano 12.183 nel 2010) quelle con suini 1.179 contro le 4.438 della rilevazione precedente. Questa riduzione è stata comunque accompagnata dall’aumento del numero medio di capi in stalla, passati da 52 a 76 per i bovini e da 358 ad oltre 1.000 per i suini. Nella stalle con capienza di 100 capi ed oltre si concentra circa il 70% della zootecnia regionale; nella stessa classe dimensionale di capi si concentra il 50% delle vacche da latte”.

- Quali sono i problemi prioritari per un’impresa agricola di medie dimensioni? “Innanzitutto la cronica bassa redditività. Le cause sono molteplici. Una parte del reddito viene eroso dai maggiori costi italiani riguardanti l’energia, i carburanti, il prelievo fiscale, gli oneri burocratici; un’altra quota dal diseguale rapporto negoziale con i soggetti non agricoli della filiera e con i fornitori di servizi e mezzi tecnici; un’altra quota infine dalla incapacità del settore primario di governare in modo coordinato ed efficace, salvo lodevoli eccezioni, l’offerta rispetto alla domanda; una domanda che per la maggior parte è concentrata in pochi gruppi d’acquisto alla scala nazionale ed internazionale. La mancanza di una analoga dimensione dell’offerta, di sedi di contrattazione commerciale uniche, di organismi interprofessionali effettivamente operativi, di accordi e di contratti di produzione nazionali o interregionali, di obblighi alla contrattazione tra le parti, di aggregazioni di produttori per la commercializzazione in esclusiva, abbassano notevolmente le capacità negoziali della parte agricola frammentata, nonché la quota di valore finale del prodotto ad essi spettante”.

- La Regione cosa fa per affrontare il problema? Tre cose. La prima è un impegno straordinario al decollo di quella che chiamiamo agricoltura contrattualizzata. Nell’ultimo anno in Regione sono nati tre organismi interprofessionali per programmare la produzione e condividere le regole di governo dell’offerta tra agricoltori, trasformatori e distribuzione nei comparti del pomodoro da industria, delle pere e della suinicoltura. Si sta inoltre lavorando per dare vita all’interprofessione nella pataticoltura. La seconda è un contributo concreto al taglio di una parte di oneri burocratici per le imprese. Sono in corso di attuazione tre innovazioni anti burocratiche: registro unico dei controlli agricoli, silenzio-assenso per le schede viticole, gestione on-line di tutte le pratiche agricole direttamente da parte dell’agricoltore. La terza è un incentivo finanziario all’aggregazione delle imprese agricole e a collaborazioni di filiera paritarie e stabili nel tempo tra agricoltori e industria di trasformazione. Abbiamo finanziato 67 progetti di filiera per un investimento complessivo di 280 milioni di euro e un contributo pubblico di 106 che hanno coinvolto oltre 8.000 imprese ed operatori economici”.