Beta version

Il ritorno ai beni primari

03/05/2008 | Visioni
In Val di Susa ancora si aggira qualche fantasma neofisiocratico. Reduce da sabba naturalistici, tregende etniche, pandemoni filosofici

ROMA – In Val di Susa ancora si aggira qualche fantasma neofisiocratico. Reduce da sabba naturalistici, tregende etniche, pandemoni filosofici.

Cui nemmeno le randellate dei celerini sono riuscite ad imporre il silenzio. Probabilmente la stessa anima di François Quesnay, medico di Luigi XV e leader dei “disobbedienti fisiocratici”, particolarmente scossa da questa strana Tav italo-francese, s’è diabolicamente incuneata tra quegli oltre centomila “resistenti” che hanno detto no a sua maestà il Progresso. A colpi di nostalgie bucoliche, indefesso ambientalismo e appunto, di forti e inconsapevoli abbandoni neofisiocratici. Del resto lo stesso termine “Progresso”, per secoli sinonimo di crescita e di sviluppo, oggi comincia a far paura. Beppe Grillo, il comico che in questa paradossale contemporaneità è assurto a “guida spirituale” di folle sempre più estese (il suo blog è uno dei più cliccati al mondo), lo ha definito “una locomotiva in discesa e senza freni”. Di certo l’immagine del progresso associata a macchine enormi e potenti, strepitanti e rimbombanti, cara a Filippo Tommaso Marinetti e ai futuristi all’inizio del secolo scorso, andrebbe superata. E’ questa visione che dovrebbe progredire, la stessa idea di progresso che dovrebbe evolversi.

Tre lettere contro tre lettere: i bit al posto della tanto dibattuta Tav. Sarà quindi a causa della globalizzazione delle preoccupazioni - alimentate da iceberg di “finanza creativa” che coprono montagne di debiti e sogni di grandi opere che offuscano le ragnatele in tanti cantieri italiani – ma tutto ci si poteva aspettare in questo assaggio di nuovo millennio meno che il sinuoso riaffiorare della fisiocrazia. Dottrina economica “tutta d’un pezzo”, liberale ma a suo modo rivoluzionaria, non certo di primo pelo: si affermò in Francia nientemeno che a metà del settecento. In epoche in cui si risolvevano molti problemi tagliando le teste ai Re. Ed anche a qualche “onorevole” deputato. Forse perché Maastricht era ancora un’anonima cittadina di provincia, senza grandi accezioni, e gli avi di José Manuel Barroso probabilmente coltivavano le ubertose zolle della periferia di Lisbona, fatto sta che l’Europa del dispotismo illuminato fu completamente unita e intrigata dal pensiero fisiocratico. Grazie ad un diktat molto elementare: gli uomini lascino l’ordine congenito delle cose. Cioè non facciano danni con quelle loro manacce. Perché tutto s’aggiusta. Basta non mettervi troppo il braccino. E’ il trionfo del “dominio della natura”, come ci spiega anche l’etimologia della parola “fisiocrazia” (dal greco “phsis”, natura, e “kratêin”, dominare). La natura non è “cosa morta” o “informe estensione”, ma potere, energia, creatività. Cioè ambiente, proprietà terriera e ricchezza. Con un po’ di benedizione di Dio. Una specie di traduzione laica della provvidenza divina. L’ordine innato della società, secondo i fisiocratici, è quindi analogo a quello che si ritrova nella natura fisica. Il diritto è naturale perché è così l’oggetto cui rivolge la sua attenzione. Anche la proprietà privata è naturale quale garanzia oggettiva che il soggetto è ancorato al mondo. E l’unico fattore di produzione in grado di generare valori aggiunti è proprio l’agricoltura. Insomma, viva la campagna, come recitava un vecchio motivo di Nino Ferrer, cantante - guarda caso - italofrancese. La conseguenza del pensiero fisiocratico è pertanto l’esaltazione dell’ambiente e del lavoro agricolo, attività umana capace di assicurare la vera ricchezza di una nazione: solo la terra può fornire un “prodotto netto”, un surplus rispetto agli investimenti apportati. Se l’agricoltura è in grado di produrre, viceversa l’artigianato e la manifattura, cioè le industrie, sono buone soltanto a trasformare. E il commercio rappresenta un mero scambio di beni e di servizi con un limite innato: gli ostacoli (le dogane, i dazi), artificiosamente creati dagli Stati al passaggio della ricchezza da un luogo all'altro, rappresentando un freno per la vera prosperità. Pertanto, per i fisiocratici, la classe degli imprenditori agricoli è produttiva, mentre artigiani, commercianti, manifattori e liberi professionisti costituiscono la classe sterile. E addirittura il clero e i funzionari pubblici si identificano con la classe oziosa. Potrebbe essere linfa vitale per tante vittime di ideologie novecentesche. E delle loro distorsioni. Ma anche per tangentisti pentiti, metropolitani stressati, capitalisti in crisi d’identità, ultrà equosolidali, fondamentalisti laici. Musica idonea, ad esempio, per le orecchie di Lester Brown, uno dei più importanti analisti dell'ambiente, fondatore del Worldwatch Institute, e definito dal Washington Post “uno dei più influenti pensatori del mondo”. Le sue previsioni farebbero accorrere schiere di adepti al sepolcro di monsieur François Quesnay. “La nostra economia globalizzata – scrive Brown nel suo ultimo libro “Plan B 2.0” (liberamente scaricabile dal sito www.earth-policy.org) – è giunta, dal punto di vista ambientale, ad una soglia oltre la quale non sia più sostenibile dalla Terra. La Cina ha superato abbondantemente gli Usa nel consumo di tutta una serie di risorse di base, come il grano, la carne, con la sola eccezione del petrolio. Qualora l'economia cinese dovesse continuare ad espandersi al ritmo dell' 8% l'anno, il reddito per abitante raggiungerà quello americano nel 2031.

A quel punto i cinesi, che saranno oltre un miliardo e 450 milioni, consumeranno risorse in quantità ben maggiori di quanto il mondo non ne stia producendo al momento. La sostenibilità dello sviluppo economico dipende dunque dal passaggio ad un modello economico basato sull'energia rinnovabile, sul riciclo e sul riuso dei materiali nonché su un sistema diversificato di trasporto. Business as usual - il piano A - non ci può condurre verso il futuro al quale vogliamo puntare. E' il momento di passare al piano B, e di incominciare a costruire una nuova economia ed un nuovo mondo”. Brown parla di “ridare un equilibrio al sistema terrestre”. E scrive che esempi di questo nuovo modello possono essere visti “nelle fattorie alimentate ad energia eolica, nella riforestazione in Corea del Sud e nelle strade dedicate alle biciclette di Amsterdam”. C’è qualche seme neofisiocratico anche nella testa di Brown? E di quei tanti “allarmisti” che ogni giorno, spesso a ragion veduta, ci mettono in guardia sui disastri provocati o provocabili dalle azioni umane, dal semplice uso degli spray alle deforestazioni di massa? C’è qualche traccia di fisiocrazia anche in quegli economisti che denunciano le distorsioni del capitalismo? Che ci sbattono in faccia i dati finanziari delle principali aziende italiane (vedi tabelle pubblicate sul quotidiano “Sole 24 Ore”) con una Telecom Italia ad oltre 50 miliardi di debiti, la Fiat ad oltre 32 miliardi, l’Enel ad oltre 25 miliardi e Autostrade ad oltre 10 miliardi (tre su quattro caratterizzate da monopolio di fatto, incassi continui e tariffe superiori alle media europea)? Certo, i fisiocratici - razionalisti, entusiasti, ottimisti ed un po’ visionari – hanno risentito della propria società fondamentalmente agricola. E dissero anche tante altre cose. Alcune decisamente ingenue. Ma, in pochi e intensi anni di ottima promozione di sé stessi e delle proprie idee (anche attraverso la comunicazione, vedi il “Journal de l'agriculture, du commerce et des finances” diretto dal giovane Pierre-Samuel Dupont e tante pubblicazioni di successo), influenzarono nientemeno che l’illuminismo. Scusate se è poco. Su questa dinamica e un po’ dimenticata lobby intellettuale francese, intenta a discutere di grani e di conti pubblici, portata a difendere con vigore e voglia di rinnovamento la proprietà e il libero mercato, si sta riaccendendo qualche riflettore. Convegni, pubblicazioni e soprattutto qualche interrogativo: ma, in fondo, qualche cosa di sensato l’hanno pur detta? Certamente la pattuglia francese, con appendici soprattutto nell’Italia meridionale, concorse a sviluppare la nazione-guida del continente, la “grandiose France”, motore d’Europa tra rivoluzioni, primati economici e demografici e tanta vita culturale. La loro fu una vera e propria strategia volta a condizionare i destini futuri, compresi quelli della politica. Riproporre oggi segmenti del pensiero fisiocratico, pur nel crollo e nel vuoto delle ideologie, appare indubbiamente una provocazione. Volta, come del resto fecero gli stessi fisiocratici nel settecento, ad orientare una vita politica ed una condizione economica che, soprattutto sul fronte etico, appaiono non meno compromesse di quelle di qualche secolo fa. Una neofisiocrazia capace di contrastare l’attuale mercantilismo contraddistinto da un pragmatismo senza regole, di rilanciare l’agrarismo attraverso una circolazione davvero libera ed equa delle merci, di svincolare l’economia da controlli politici sempre più soffocanti e degradanti, di sottrarre all’arte di governare l’idea della mera gestione non assoggettata a criteri di giudizio, di garantire nuova centralità al settore dei beni primari con la contemporanea esigenza di una sua reale modernizzazione. Idee non proprio balzane. Il dibattito è aperto. Scrive Grillo: “In questo folle su e giù per il pianeta di aerei, navi, traghetti, camion e treni sempre più Tav chi ci guadagna è il commercio e non più la produzione. Anzi, il contadino, l’artigiano vengono espulsi dal sistema produttivo e dagli ipersupermegamercati, punti di carico e scarico delle merci del pianeta. Sentinelle delle multinazionali che ci dicono cosa mangiare attraverso l’informazione e la pubblicità. E se poi la carne, il miele, il latte prodotti localmente sono più sani e costano meno, chi se ne frega”. E se anche lui fosse posseduto da François Quesnay?