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Il Mezzogiorno agricolo e i “viaggi della speranza” per le cure

28/02/2012 | Editoria
Migliaia di chilometri per avere accesso alle cure. E riscoprire un mondo felice, fatto di natura e di naturalezza

Sempre più meridionali sono costretti, a causa anche dei tagli alla sanità, a trasferirsi per lunghi periodi a distanza di centinaia di chilometri per poter curare e assistere un parente ammalato. Una realtà che investe direttamente anche il mondo agricolo. Con tutto quello che ne consegue.

Dall’esperienza diretta vissuta da una coppia di genitori, nasce uno splendido romanzo autobiografico, incentrato su un vero e proprio calvario: quello subìto da un padre e da una madre meridionali a causa delle manifestazioni di epilessia in una figlia di tre anni e mezzo. Un rosario di tribolazioni segnato da un incancellabile punto di partenza: una febbre a trentasette gradi nell’ottobre del 1999. Quella che sembrava un’innocente alterazione di temperatura e che ha invece rappresentato l’atto di partenza di un amaro conteggio: le crisi ad intermittenza della bambina, con tremori, occhi spiritati e bava alla bocca.

Da queste premesse si sviluppa il dramma di due esistenze - quelle dei genitori di Bianca - completamente assorbite da un lungo e spinoso percorso conclusosi, per fortuna, con la completa guarigione della piccola dopo quasi un decennio di continui “viaggi della speranza” da un paese del Sud Italia all’ospedale Bambin Gesù di Roma. Con alzatacce alle tre del mattino, chilometri macinati anche tra bufere di neve e carabinieri che fermano quella “macchina sospetta”. Ma anche caratterizzato dalla lotta contro l’ignoranza sulla malattia da parte del mondo che ti circonda (una suora a scuola, anziché intervenire durante la crisi della bimba, fa il segno della croce), di battaglie contro il pregiudizio di chi ritiene sia utile nascondere alla popolazione “sana” l’esistenza della malattia, di tenaci conflitti con sé stessi per abbattere il timore di “dare spettacolo”.

A controbilanciare il dolore non mancano, per fortuna, le occasioni di confronto, di condivisione, di solidarietà, di crescita interiore, di auto-comprensione. Sullo sfondo la riscoperta della figura di un nonno contadino con le sue perle di saggezza, con il valore assicurato alle cose reali, primordiali, naturali, rispetto all’ipocrisia accecante del consumismo. Scritto in modo asciutto e schietto, il libro rivela l’esigenza (quasi taumaturgica) dell’autore di descrivere vicende caratterizzate da una straordinaria tensione umana, con il risultato di accrescere nel lettore la sensibilità verso i delicati temi della malattia e del disagio.

“Le famiglie dei bambini ospiti degli ospedali pediatrici o dei reparti di pediatria hanno bisogno certamente di strutture adeguate, ma è soprattutto il sostegno morale che manca ed in tale direzione dovrebbero guardare le politiche a sostegno di questi nuclei familiari - spiega Carmine Berardo, l’autore del romanzo autobiografico “La soglia della felicità” (Qulture edizioni).

"Per dieci anni il Bambin Gesù di Roma è stata la mia seconda casa per me ed i miei familiari. Il nostro percorso negli anni si è articolato tra vicende dolorose, che abbiamo vissuto soprattutto indirettamente, ma anche di piccole storie bellissime di vita quotidiana che accadono nell'ospedale e non sono direttamente collegate con la malattia. Il nostro percorso si è concluso positivamente, ma stranamente poi ci è mancata quella varia e multicolore umanità con la quale eravamo entrati in contatto e che sapevamo stava ancora combattendo contro il male. Questo pensiero per qualche periodo è tornato spesso a tormentarmi, facendomi quasi sentire in colpa per quanto eravamo stati fortunati. A volte la buona sorte, soprattutto quando non la apprezziamo, bisogna farsela perdonare. Così ho pensato di rendere a quei genitori fortunati parte della mia fortuna, scrivendo il romanzo per dare loro la visibilità e la considerazione che meritano".

Il protagonista del racconto, in questo percorso reso ancora più duro dalla somatizzazione dei problemi, subisce una sorta di catarsi: vede sbriciolarsi l’egoismo e l’ansia, soprattutto attraverso il contatto con chi affronta esperienze molto più dure della sua, dove non c’è posto per la speranza a causa della cronicità delle malattie infantili. Così, grazie ad una non comune sensibilità – ma anche alla semina valoriale compiuta da straordinari padre e nonno contadino - finisce per cambiare la propria prospettiva di vita. Comincia a percepire la propria esistenza come un dono. Si rende conto che “il potere, la fama, la visibilità non danno la misura del valore e non conducono alla felicità ma all’egoismo”. Spiega lo stesso autore: “Il titolo del romanzo richiama il messaggio che i lettori ricavano dalle vicende narrate, ovvero che la felicità va ricercata nei piaceri più semplici, nella quotidianità, evitando di basare la propria esistenza su falsi valori ed il desiderio di una felicità materiale caratterizzata da obiettivi irraggiungibili. Quella descritta è la società egoista e poco solidale che abbiamo costruito, in cui il nostro unico obiettivo è competere con i nostri simili, non solidarizzare con loro. Dovremmo, invece, abbassare le nostre pretese materiali e quindi la nostra personale e soggettiva soglia della felicità, cercando il raggiungimento di un grado di soddisfazione più intimo e spirituale”.

Una “lezione” messa subito in pratica: l’intero ricavato di Berardo dal libro andrà all’ospedale Bambino Gesù di Roma. Il libro sarà presentato a Roma sabato 3 marzo, dalle ore 16, presso la Sala Di Liegro della Provincia di Roma (via IV Novembre 119/a).