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I giornali americani scoprono l’agricoltura pontina

09/01/2012 | Agricoltura
In America si parla dell'agricoltura del Lazio. Prendendola come esempio verso il futuro delle aziende agricole: la multifunzionalità.

In questo inizio di 2012 è il nucleo familiare di agricoltori “made in Italy” più noto d’America. Un ampio reportage del prestigioso New York Times uscito lo scorso 3 gennaio a tesserne le lodi. Poi un pezzo uscito il giorno dopo sull’Herald Tribune che incarna un inno alla multifunzionalità verde.

Al centro sempre loro, le tre componenti – nonna, figlia e nipote - della famiglia Lauretti di Pontinia (via Migliara 53, tel. 0773-850039-851351), uno dei comuni a maggiore tasso di imprese “verdi” in provincia di Latina.

Tre donne in posa da lavoro per due belle foto internazionali: Tiziana, attuale titolare dell’azienda “La mia terra”, sua madre Iolanda Di Girolamo e l’arzilla nonnetta Fia Maria di 91 anni, ancora attiva nei campi e in cucina. Perché tanto interesse? L’azienda, segnalata dal ministero, è l’emblema delle tante piccole “small farm” disseminate in tutta Europa, in grado di fronteggiare la crisi economica in modo versatile, attraverso la cosiddetta “multifunzionalità”.

Cioè raccogliendo reddito su più fronti. Infatti quella delle signore Lauretti è un’azienda tradizionale, dove la famiglia rurale è il centro di promozione e sviluppo del territorio. Una struttura che può fregiarsi del titolo di "De@Terra", riconoscimento assegnato dall’Onilfa, l’Osservatorio nazionale dell’imprenditoria femminile del ministero delle Politiche agricole, alle imprenditrici agricole che contribuiscono a dare visibilità e sostegno all’impresa agricola. Tramandando di generazione in generazione “esperienza, tradizioni ed innovazione”, come sottolinea la motivazione ministeriale legata al riconoscimento.

In sostanza le imprenditrici rappresentano un simbolo di come dovrebbe essere l’agricoltura del nuovo millennio: tradizionale, cioè utilizzatrice di saperi antichi, familiare, aperta all’innovazione e alle “contaminazioni” culturali. Una miscela atta a garantire genuinità delle produzioni, reddito e promozione della vita agricola.

Si comincia con l’attività tradizionale. I Lauretti da sempre legano il proprio nome alla produzione di frutta, in particolare susine e fragole, che oltre ad essere commercializzate come prodotto fresco, vengono avviate alla trasformazione in barattoli di marmellata. Inoltre coltivano ortaggi di stagione.

In aggiunta a ciò, onorando la multifunzionalità, l’azienda è anche fattoria didattica, offrendo pane cotto nel forno a legna, la visita guidata nel frutteto (con il rito della potatura in autunno), la compartecipazione alla cura e alla nutrizione degli animali, la coltura della saggina. Infine è anche agriturismo, immerso in un paradiso naturale a pochi chilometri dal Parco nazionale del Circeo, dotato anche di piscina, nel quale è possibile soggiornare, stare a contatto con gli animali e acquistare prodotti a “chilometro zero”.

Il pezzo sul New York Times, firmato da Elisabetta Povoledo ed uscito il 3 gennaio, è un omaggio a tutto ciò. Apre ricordando che la fattoria si trova “in una zona paludosa bonificata sotto Mussolini” e che Tiziana Lauretti “cresce prugne e Favetta di Terracina, il rosso brillante, dolce fragola celebrata in questa patch del centro Italia”. Poi si sofferma proprio sulle caratteristiche multifunzionali della struttura: oltre alle produzioni, che diventano anche marmellate, come non accennare all’agriturismo completo di piscina, alla fattoria aperta alle visite delle scuole, dove bambini "che non hanno mai visto un uovo al di fuori di un supermercato" possono mettere le mani nella farina o vedere due pavoni che scorazzano in circa sette ettari di terreno.

“Non ci si può guadagnare da vivere solo con la vendita di fragole e susine - dichiara la signora Lauretti al quotidiano statunitense. "O si dispone di una grande azienda agricola, o bisogna diversificare, come abbiamo fatto noi". Il giornale riporta l’opinione di Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria presso l'Università di Bologna, il quale ricorda che le donne “stanno trovando molti spazi in aree polifunzionali come agriturismi, farmer’s market, agricoltura biologica e vendita diretta”.

Insomma l’agricoltura del futuro è molto femminile. Del resto come è sempre stato. Gli stessi dati del censimento 2010, pubblicati nello scorso luglio, mostrano che se il numero di aziende agricole italiane è diminuito del 32,2 per cento nel decennio precedente, sono molto meno le donne degli uomini a gettare la spugna.

La “dominanza rosa” nell’agricoltura italiana è un caso unico tra i Paesi più avanzati. Secondo dati Eurostat, le italiane che lavorano i campi sarebbero un milione e 300mila contro le 340mila francesi o tedesche e le 660mila spagnole. L’articolo riporta anche una dichiarazione di Susanna Cenni, parlamentare del Partito democratico e membro della commissione Agricoltura della Camera, la quale si lamenta di come le donne siano “largamente sottorappresentate a livello politico e istituzionale”. Aggiunge la Cenni: “C'è una distanza enorme tra la realtà delle donne che lavorano in agricoltura e la loro rappresentanza nel governo, nelle riunioni istituzionali o negli organismi di ricerca. Purtroppo la politica conta e in politica gli uomini costituiscono la prima scelta”.

Il ministro Catania, ricordando che non sarebbe facile mettere in atto provvedimenti finalizzato a destinare risorse economiche in base al sesso, si augura però che l’Italia adotti misure per migliorare i servizi per le famiglie, come gli asili nido per aiutare le donne. Il reportage del New York Times ricorda anche altri casi di donne imprenditrici di successo in agricoltura. Come Gaetana Jacono, sesta generazione che gestisce Valle dell'Acate, cento ettari di vigneti siciliani che producono circa 400mila bottiglie l’anno di vino d’eccellenza, il 70 per cento destinato all’esportazione. Tra gli ostacoli maggiori si ricordano le difficoltà nell’ottenere credito.