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Fragole, buone prospettive per il 2016

02/03/2016 | Agricoltura
Continuiamo ad importare ma cresce la produzione nazionale e la qualità

Dopo una campagna 2015 soddisfacente, nonostante l’elevata importazione dalla Spagna, l’anticipo produttivo nelle aree del Nord e il rallentamento delle vendite da fine aprile, per quest’anno sono buone le aspettative per il comparto delle fragole.

Secondo i dati raccolti dall’organismo interprofessionale Ortofrutta Italia,  diffusi in occasione della riunione del gruppo di contatto tra Italia, Spagna e Francia a Scanzano Jonico, l’andamento delle coltivazioni parla di 210 milioni di piante coltivate su 3.521 ettari, il 4% in più rispetto all’anno precedente. Nel Mezzogiorno le superfici dedicate alle fragole sono aumentate del 7%, mentre al Nord la produzione è in calo.

Nelle regioni produttive del settentrione non si superano i 910 ettari (mentre al Sud si raggiungono i 2.155 ettari (854 in Basilicata, 815 in Campania e 315 in Sicilia). In evidenza tra queste in particolare la Basilicata, diventata nel 2015 prima regione produttiva italiana, con un aumento di 150 ettari di aree coltivate, con la continua ascesa di Candonga che rappresenta l’80% della produzione, seguita da Sabrina con l’8%. Quest’ultima cultivar tuttavia domina ancora in Campania: vale il 60% delle coltivazioni.

Secondo i dati Ismea, emerge che nel 2015 nel comparto fragole il saldo tra import ed export è stato negativo sia a volume che a valore: lo scorso anno sono state esportate 13.500 tonnellate di fragole, mentre l’import ha raggiunto le 32.300 tons con un saldo negativo di 18.800 tons.

A valore l’andamento non cambia: l’export ha toccato i 32,7 milioni di euro, mentre l’import è arrivato a 68,6 milioni con un divario di 35,9 milioni. Il prezzo medio in importazione è stato di 2,2 euro al chilo, mentre in esportazione di 2,42 euro al chilo.

L’obiettivo del comparto, è evitare i casi di “naturalizzazione” comunitaria, armonizzare i procedimenti di controllo e garantire il rispetto della dichiarazione di origine; non cambiare le norme comunitarie di commercializzazione rendendole più agili e standardizzate agli altri prodotti, poiché si ridurrebbero degli standard qualitativi e di garanzia di salubrità delle produzioni.

photo credit to candonga.it