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Enoturismo, l'Italia non primeggia

16/02/2015 | Visioni
E' lo specchio dei mali del paese, scarsa collaborazione e arretratezza tecnologica.

Potrebbe essere un settore in cui primeggiare, sfruttando l'antica sapienza ed un territorio unico al mondo. Invece ci dobbiamo concentrare su infrastrutture che non ci sono, produttori che non collaborano e non "fanno sistema". Su scarsa ricettività che deriva da un uso "primitivo" del web e su un modello di business non al passo dei tempi, che continua forse a vivere in un mondo che non c'è più. Stiamo parlando dell'enoturismo, quella particolare forma di turismo culturale e paesaggistico che, partendo dall'attrazione suscitata dal "nettare degli Dei", richiama centinania di migliaia di stranieri a visitare i territori di produzione. 

Almeno ciò vale certamente per paesi nuovi alle produzioni di pregio, su tutti gli anglosassoni (Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda) seguiti dai latini (Cile e Argentina). Sono aziende giovani, fatte di giovani, dalle amplissime estensioni (a proposito di collaborazione..) e decisamente al passo con i tempi. Usano il web, le tecnologie, hanno così sviluppato un deciso approccio al marketing territoriale e non più solo di prodotto. 

E L'Italia? L'Italia dispone di più di duecento vitigni ed è il secondo produttore mondiale con 44,2 milioni di ettolitri dietro ai 46,2 milioni dei cugini transalpini. Però è molto indietro, per i motivi che abbiamo visto. Lo afferma senza indugio il XII Rapporto sul turismo del vino presentato alla Borsa italiana del turismo (Bit), dalle Citta' del vino e dell'Universita' di Salerno. Nel 2013 l'enoturismo italiano ha portato al pil tra i 4 ed i 5 miliardi di valuta, decisamente al di sotto delle possibilità nazionali.