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Due studi attestano: pesticidi killer delle api regine

10/04/2012 | Agricoltura
La scomparsa delle apri regine è un fenomeno pericoloso. Significa avere meno impollinazioni e quindi minore produzione agricola.

L’esposizione ad antiparassitari determina ad api (Apis mellifera) e bombi (Bombus terrestris) un notevole disorientamento che li porta a non ritrovare la strada di casa. Ciò causa un impoverimento numerico delle colonie di api, quindi una diminuzione di cibo disponibile per l'intero sciame e una brusca diminuzione delle nascite di api regine.

E’ quanto attestano tre ricerche scientifiche, due delle quali pubblicate sulla prestigiosa rivista “Science”. Nel dettaglio uno studio della “Harvard school of public health” comprova uno stretto legame tra l’uso di Imidacloprid, uno degli insetticidi più diffusi in agricoltura, e il fenomeno noto come “Colony collapse disorder” (riscontrato per la prima volta nel Nord America alla fine del 2006, poi in gran parte delle nazioni europee), che spinge le api adulte ad abbandonare gli alveari, di fatto portando alla scomparsa dell’intera colonia.

“Le api sono di importanza cruciale per l’agricoltura, in quanto principali impollinatori - sottolinea Alex Lu, professore del Department of enviromental health e autore della ricerca pubblicata sul “Bulletin of insectology”. “Anche dosi molto basse di insetticida possono influenzare le api: i nostri studi hanno richiesto due anni e mostrano che sono sufficienti dosi anche più basse di quelle normalmente presenti nell’ambiente”.

Altri due studi, pubblicati su “Science” lo scorso mese, collegano la moria delle api all’utilizzo degli insetticidi della classe dei neonicotinoidi. I ricercatori della University of Stirling hanno studiato l’impatto dei neonicotinoidi su una popolazione di bombi. Dopo sei settimane è emerso che il peso degli alveari degli sciami trattati con neonicotinoidi erano cresciuti tra l’8 e il 12 per cento in meno rispetto a quelli di controllo. E soprattutto è stata riscontrata una diminuzione dell’85 per cento delle nascite di api regine, fondamentali per la creazione di nuovi alveari e per la riproduzione della specie. “Non posso dire che i neonicotinoidi siano i soli responsabili di tutti i problemi che riguardano le api - sottolinea Dave Goulson della University of Stirling - ma ci sono buone probabilità che sia una delle cause più significative”.

L’Institut national de la recerche agronomique (Inra) di Avignone ha invece approfondito l’analisi di un altro neonicotinoide, il thiamethoxam, e ai suoi effetti sulle api. Un’esperimento compiuto addirittura attraverso un microchip applicato sul dorso di un gruppo di insetti, precedentemente esposti al pesticida. La scoperta: le api entrate in contato con il thiamethoxam hanno due/tre probabilità in più di morire lontane dalla propria colonia, rispetto a quelle dei gruppi non trattati. Insomma, il danno causato dai neonicotinoidi agli sciami di api è in grado di mettere seriamente in pericolo la sopravvivenza delle colonie.

Studi talmente dirompenti che Agrofarma, l’associazione nazionale delle imprese di agrofarmaci, parte di Federchimica, è intervenuta per contestare la validità della prestigiosa ricerca in quanto, secondo l’organizzazione del mondo chimico, “ipotizzano un livello di esposizione superiore alla norma, che non rispecchia il normale utilizzo di questi insetticidi". La scomparsa delle api da miele è uno dei principali problemi che l’industria agroalimentare si trova ad affrontare. Questi preziosi insetti provvedono all’impollinazione delle piante da fiore, ma anche di molte altre coltivationi e di alberi da frutta. Sin dal 2006, scienziati e allevatori hanno però riscontrato una diminuzione delle colonie che va dal 30 al 90 per cento, e numerose teorie tra cui malattie, parassiti e uso di insetticidi sono state messe in campo per trovare una causa.

Secondo alcune stime, la scomparsa dei principali produttori di miele e impollinatori di ortaggi e piante da foraggio causa perdite che ammontano a miliardi di euro. Di certo pesticidi, cambiamenti climatici, inquinamento elettromagnetico, coltivazioni ogm, parassiti e agenti patogeni concorrono alla crescita del fenomeno.