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Diego Fusaro: “I fisiocratici? La forza della natura…”

29/01/2008 | Visioni
Diego Fusaro, torinese, ha fondato e dirige uno dei principali siti internet italiani di filosofia, punto di riferimento per il dibattito filosofico on line.

TORINO - Diego Fusaro, torinese, ha fondato e dirige uno dei principali siti internet italiani di filosofia (“La filosofia e i suoi eroi”, www.filosofico.net), punto di riferimento per il dibattito filosofico on line. I suoi principali ambiti di indagine sono il pensiero marxista (nelle sue molteplici declinazioni otto-novecentesche), il pensiero francese tra cinquecento e seicento, il pensiero greco (in particolare l’atomismo democriteo-epicureo) e l’eredità che esso ha lasciato al mondo latino.

Maturità classica con menzione al liceo classico “Alfieri” di Torino, discutendo una tesi sul giovane Marx interprete della classicità greca e, in particolare, del materialismo democriteo ed epicureo, laurea in filosofia della storia con lode, con tesi “Filosofia e speranza. Ernst Bloch e Karl Löwith interpreti di Marx” (relatore il professor Enrico Donaggio), pubblicata in forma accresciuta presso la casa editrice “Il Prato” di Padova. Con Bompiani, insieme a Giovanni Reale e Giuseppe Girgenti, ha pubblicato le traduzioni di: “Marx, differenza tra le filosofie della natura di Democrito e di Epicureo” (2004), e – con Salvatore Obinu – “M. Montaigne, Apologia di Raymond Sebond” (2004). Conosce il latino, il greco, il francese, l’inglese e il tedesco.

- Dottor Fusaro, ci può riassumere il pensiero dei fisiocratici, contestualizzandoli nell’epoca storica in cui si sono espressi ai massimi livelli? “Come è noto, nel XVIII secolo il dibattito sul liberalismo e sul suo sviluppo in ambito economico – il liberismo – trovò espressione in due diverse posizioni, per molti versi riconducibili alle specificità delle due nazioni nelle quali fiorì tale dibattito: se nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale esso si incarnò nella posizione dell’economia politica classica (il cui principale esponente è Adam Smith), in Francia – ove l’agricoltura aveva ancora un ruolo predominante – esso fu portato avanti dai cosiddetti “fisiocrati”, il cui programma è ottimamente compendiato nel nome: “fisiocrazia” è infatti un composto che significa, letteralmente, “forza della natura” (dal greco fùsis e kràtos). Questi autori, tra i quali ricordiamo Quesnay, Mercier de la Rivière, Dupont de Nemours, Turgot e Condorcet, erano fermamente convinti che i processi socio-economici quali la produzione, la circolazione e la distribuzione delle merci fossero ritmati dall’ordine della natura, un ordine che non di rado essi assimilavano al ciclo della produzione e della circolazione del sangue nel corpo umano. Il punto cardinale della teoria fisiocratica è la teoria del “prodotto netto”, secondo la quale è soltanto dalle attività economiche naturali, vale a dire legate alla terra, che scaturisce il prodotto netto (determinato dalla differenza tra il prodotto lordo e i costi di produzione): l’inaggirabile conseguenza è che soltanto le attività naturali sono effettivamente produttive e dunque degne di essere praticate”.

- Quanto c’è di Rousseau in tutto ciò? “Ovviamente molto. In questa infinita e, per molti versi, ingenua fiducia nella natura, con il conseguente auspicio di un ritorno ad essa, non è certo difficile scorgere la lezione di un philosophe di prim’ordine come Jean-Jacques Rousseau. Il marcato orientamento liberista dei fisiocrati ben affiora nella misura in cui essi si dichiarano contrari a ogni interferenza (dello Stato e, in generale, delle leggi) finalizzata a correggere l’ordine della natura: tale avversione al tentativo di controllare e orientare i processi naturali trova espressione nel famoso motto fisiocratico “laissez faire, laissez passer”, col quale i nostri autori intendevano mettere in luce come, anche di fronte alle crisi più gravi, la soluzione migliore consistesse nel lasciare che la natura stessa seguisse il suo corso regolare. Poste queste premesse, non è difficile capire perché la fisiocrazia abbia insistito tanto sulla necessità di lasciare ai privati piena libertà per quel che concerne la proprietà, il lavoro e il commercio. Il progetto fisiocratico trovò una sua concreta applicazione grazie a Turgot, il quale operò alla corte di Luigi XVI: di fronte all’imperversare delle grandi carestie, Turgot optò coerentemente per il non-intervento statale, sperando che fosse l’ordine naturale stesso a provvedere: ma fu una vana speranza che, da un lato, costò il licenziamento a Turgot e, dall’altro, rivelò la problematicità e lo scacco della teoria fisiocratica”.