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Dalla “servitù della gleba” ad un’indipendenza consapevole

07/12/2011 | Editoria
Partendo da un excursus storico, gli autori evidenziano la discrasia tra una visione del lavoro subordinato e attività indipendenti e intermittenti.

Il dilagante e coatto precariato che caratterizza un mondo del lavoro sempre più asfittico può essere messo in discussione non soltanto attraverso richieste corporative di difesa dei privilegi o di condizioni subordinate al placet o alla tolleranza di organi d’intermediazione o di autorità politiche, ma anche tramite una nuova consapevolezza dell’indipendenza come forma di vita.

E’ questo il campo d’indagine dell’opera di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri, il primo filosofo e giornalista e il secondo ricercatore e formatore, accomunati dalla condizione di freelance per scelta, che portano in libreria “La furia dei cervelli” (168 pagine, Manifestolibri). Partendo da un approfondito excursus storico, che tocca anche l’importante Concilio di Orlèans del 511, che imponendo leggi oppressive ha creato di fatto le premesse degli Stati moderni e della monarchia francese (alleanza Chiesa-Stato), gli autori evidenziano la discrasia tra una visione del lavoro subordinato, continuo, qualificato e specializzato, inteso come stabilità sociale, ordine pubblico e fedeltà allo Stato (“posto fisso, conto in banca e anima in paradiso”) e attività indipendenti e intermittenti in cui l’autonomia è autogestione della vita.

Questa seconda forma, che storicamente ha visto quali significativi esponenti anche grandi artisti, come Piero della Francesca, Ghiberti, Donatello, Leonardo e Michelangelo, che si sono liberati dalle corporazioni artigiane per difendere la dignità della proprie opere, è stata sempre combattuta dai poteri costituiti proprio perché svincolata dai paradigmi sociali e patriarcali dell’obbedienza. Gli artigiani autonomi, gli artisti, i lavoratori con il culto della conoscenza e dell’indipendenza sono stati storicamente osteggiati nel loro non allineamento, contrastati per i pericoli connessi alla loro mobilità sociale, perseguiti per l’indigenza, l’ozio o la passività, fino a forme di vera e propria schedatura o angheria, ad esempio in Inghilterra.

Eppure nelle loro scelte – ad esempio tanto negli eccessi di Diogene che nella cautela di Spinoza - c’è stata spesso una consapevole e coraggiosa sfida: la conquista di una condizione sociale in grado di rompere l’uniformità e l’ingessatura di società inique, la lotta contro il sistema intonacato dei mestieri e la struttura della servitù della gleba, la democratizzazione dell’accesso al lavoro in risposta alle rendite di posizioni e all’autogoverno degli organi di rappresentanza, retaggio medievale che ci portiamo dietro fino ai nostri giorni attraverso gli Ordini professionali.

E’ il confronto di quello che gli autori, intrisi delle intuizioni di Foucault e di Deleuze, chiamano il Quinto Stato, che oggi accomuna settori diversi e trasversali di lavoratori autonomi, indipendenti, collaboratori inquadrati (e non inquadrati) in una pluralità spesso fantasiosa di forme e di vincoli. Ma attenzione: l’indipendenza non è la cultura dell’auto-imprenditorialità dall’illusorio business facile, tanto sbandierata tra gli anni Ottanta e Novanta sull’onda del reaganismo. La vita indipendente è esperienza anche cinica perché mira alla rottura di meccanismi ormai arrugginiti per affermare la riconquista delle libertà fondamentali attraverso la valorizzazione delle reti sociali, dell’autonomia collettiva, della ricerca di nuova felicità individuale e pubblica che contempli la formazione, il riappropriarsi del tempo e la cura degli affetti.

Uno dei modelli richiamati è quello di Sergej Michajlovič Tret´jakov, scrittore lettone con influssi futuristi, morto in prigione nel 1939 a seguito della repressione da parte delle autorità sovietiche. E’ il padre della “letteratura del fatto”, cioè l’emersione di verità indipendenti rispetto alla funzione della narrativa. Come ricordano Ciccarelli e Allegri, lo scrittore “svolse in una comune agricola un’attività di pedagogia, di comunicazione e di espressione per liberare le energie letterarie del suo presente”. Cioè esalta un’autonoma sperimentazione per liberare il nuovo dal nuovo. Concludono gli autori: “L’indipendenza resta la condizione per sottrarsi ad un destino di indigenza e sarà il risultato dell’impegno quotidiano nell’elaborare strategie di resistenza, di auto-organizzazione e di cooperazione essenziali per combattere il ricatto e affermare la propria dignità”.

Il libro sarà presentato lunedì 19 dicembre, dalle ore 16, a “Porta Futuro”, in via Galvani a Roma (Testaccio), nell’ambito di un dibattito sui temi del lavoro.