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Crisi di gas e petrolio, occasione per l’affermazione delle rinnovabili

13/02/2015 | Energia
L'analisi sullo stato di salute dell'eolico. Tra critiche ed opportunità, la nostra inchiesta in giro per il mondo.

Gli stati di allerta e di ansia sui rifornimenti di gas, che stanno caratterizzando l’eccezionale inverno europeo con temperature costantemente sotto lo zero, ripropongono la necessità di riesaminare gli aspetti più desueti e logori delle politiche energetiche mondiali. Se è vero che attualmente il consumo mondiale di energia è soddisfatto per il 39% dal petrolio, per il 26% dal carbone, dal 23% dal gas, per il 7% dal nucleare e soltanto per il 6% dalle fonti rinnovabili, si pone la necessità di ridistribuire celermente tali percentuali che anche sul fronte nazionale presentano una distribuzione più o meno analoga: la soddisfazione della domanda viene per il 46% dal petrolio, per il 34% dal gas, per il 7% dal carbone, per il 7% dalle energie rinnovabili e per il 6% dal nucleare.

Ciò dimostra come sarebbe da incoscienti, ad esempio, perseverare sulla strada del petrolio: lo “Zentrum für transformation der bundeswehr”, uno dei più qualificati enti di ricerca tedeschi, in un recente studio conferma come il picco della produzione petrolifera, sia già stato superato. Se si continuasse a mantenere una dipendenza energetica così alta dall’oro nero, secondo l’organismo teutonico, a partire dal 2025 si entrerà in uno scenario di drammatica crisi in cui saranno messi a serio repentaglio benessere e sicurezza delle società e degli individui.

Del resto lo studio tedesco conferma e rafforza i più qualificati lavori precedenti. Da quello, più noto, del geofisico americano Marion King Huppert, il quale già nel 1956 prevedeva l’irreversibile declino della produzione petrolifera un volta raggiunto il picco (da cui la celebre espressione “picco di Huppert”) fino a quello del geologo britannico Colin Campbell, uno degli studiosi più autorevoli in materia, che da tempo afferma come il picco sia stato già superato e assisteremo ad una diminuzione della produzione di circa il 2,3% l’anno.

Previsioni pessimistiche in tal senso vengono anche dal comando interforze Usa (American joint forces command), che nel suo ultimo rapporto annuale presume crescenti quote di domanda di petrolio non soddisfatta. Secondo gli osservatori internazionali, i Paesi che dovranno affrontare decisioni più drastiche sono quelli che hanno una dipendenza energetica dal petrolio di oltre il 45%, come Grecia (58%), Portogallo e Irlanda (55%), Spagna (48%) e Italia (46%). Non a caso le nazioni europee con le crisi più acute. La media dell’Unione europea è del 37%, quella mondiale del 35%. Va aggiunto che al petrolio sono collegate precarie situazioni congiunturali come l’instabilità politica, la crisi economica o energetica, le guerre e le speculazioni economico-finanziarie.

Per cui, ormai, persino i costi su scala mondiale dei generi alimentari, cioè dei bisogni primari, sono legati al prezzo del petrolio. Analogo discorso vale per il gas, concentrato in un numero ancora più ristretto di nazioni. Su questo scenario, come noto, pesa la crescente fame di energia delle nuove potenze economiche. Mentre la Cina copre il proprio fabbisogno energetico soprattutto con il carbone (per almeno due terzi del totale), l’India e gli altri Stati asiatici in netta espansione stanno rivoluzionando anche il quadro dei consumi: se nel 1990 circa la metà del petrolio prodotto veniva consumato dai Paesi Ocse, ora la percentuale è scesa sotto al 30%, proprio come conseguenza del vertiginoso aumento dell’utilizzo da parte dei Paesi asiatici.

La sfida in ogni angolo del Pianeta, insomma, si gioca sulla riduzione della dipendenza dal petrolio. Anche perché l’apporto di nuove tecnologie sul fronte delle fonti fossili o le trivellazioni offshore a profondità sempre maggiori, o ancora lo sfruttamento della piattaforma continentale o l’apporto di petrolio “non convenzionale”, ottenibile da scisti e sabbie bituminose, potranno fare ben poco se non rallentare una tendenza inconfutabile all’esaurimento.

La strada dei biocarburanti, imboccata da qualche Paese (come il Brasile), non ha portato ai risultati auspicati. Anzi, i fenomeni della sottrazione delle terre fertili a scopo energetico (il cosiddetto “land grabbing”), in netta crescita particolarmente in Africa, sta provocando non solo instabilità sociali e crisi umanitarie (privando milioni di persone della propria sussistenza), ma anche la riduzione di territori agricoli. Ciò sta conducendo ad un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari.

Questo panorama costellato di criticità aiuta a riflettere. Spinge a comprendere l’urgenza del cambio di registro: il principale diktat è rinnovare i sistemi energetici per garantire stabilità e sicurezza. Occorre, cioè, puntare decisamente su fonti “alternative” in tutti i sensi. Rispondendo non solo – come c’insegnano le esperienze di questi giorni – ad una necessità strategica per scongiurare il rischio di future emergenze energetiche, ma anche – come noto – ad imperativi ambientali, ad investimenti economici e ad adeguamenti tecnologici.

I problemi ai rifornimenti, ormai endemici per molti Paesi europei, stanno infatti trovando soluzioni estemporanee negli umori di un governo o nel forzoso riequilibrio di domanda ed offerta (nel caso dei giorni scorsi l’Italia ha goduto della decisione della Tunisia di rinunciare ad una parte del gas algerino a nostro favore). Mentre l’auspicio è che le crisi insegnino qualcosa, fungendo da viatico per puntare senza indugi sulle fonti rinnovabili.

EOLICO, CRESCITA MONDIALE – Nonostante la recessione economica che investe gran parte del Globo, i dati delle rinnovabili – e dell’eolico in particolare – sono incoraggianti. Una tendenza positiva – e beneaugurante - che prosegue da anni. Secondo gli ultimi dati del Global wind energy council, il comparto eolico mondiale nel 2011 ha installato, in barba alla crisi, oltre 41 gigawatt di nuova energia pulita. Il totale della produzione mondiale sale quindi a oltre 238 gigawatt, pari ad un incremento del 21% e con un aumento delle dimensioni del mercato globale di oltre il 6%.

Sono ben 75 i Paesi che hanno sul proprio territorio un impianto eolico commerciale, 22 quelli che hanno superato la capacità nazionale di un gigawatt. L’energia eolica, grazie ai progressi tecnologici e alla diminuzione dei costi d’installazione, sta divenendo sempre più competitiva e sta rapidamente conquistando nuovi mercati, oltre a quelli tradizionali di Europa, Nord America e, ultimo arrivato, l’Asia.

Ormai circa la metà della crescita avviene in mercati in via di sviluppo e da parte di economie emergenti: è il caso dell’America latina, in particolare di Brasile, Messico e Cile, ma anche dell’Africa sub-sahariana e del Nord Africa. “Nonostante lo stato dell’economia globale, l’energia eolica continua ad essere la tecnologia numero uno nella produzione da fonti rinnovabili - conferma Steve Sawyer, segretario generale del Global wind energy council. “Il 2011 è stato un anno difficile, come lo sarà il 2012 – insiste Sawyer - ma le fondamenta del settore rimangono solide. Per il secondo anno consecutivo, la maggior parte dei nuovi impianti sono al di fuori dell’Ocse, con in testa i nuovi mercati nati in America Latina, Africa e Asia”.

Secondo le stime del Global wind energy council, la capacità del vento supererà i 400 gigawatt entro il 2014. Si spinge oltre uno studio della società specializzata Lucintel. Tra cinque anni, spiegano gli analisti, l’eolico godrà di una capacità installata su scala globale di circa 568 gigawatt (il 136% in più rispetto ai 240 gigawatt di fine 2011). Grazie a tale previsione, la società statunitense giudica il comparto eolico come la fonte rinnovabile con il miglior ritorno d’investimento, valutato al 9% rispetto all’8% del fotovoltaico e del termodinamico.

L’energia del vento, pur essendo più costosa rispetto ad altre fonti alternative, riesce ormai a sfruttare appieno le nuove soluzioni applicative nel campo della ricerca e dello sviluppo tecnologico che, di fatto, stanno appunto garantendo una riduzione dei prezzi di installazione degli aerogeneratori. Sul piano economico, aggiunge lo studio statunitense, entro il 2016 il comparto mondiale delle energie rinnovabili godrà di un giro di investimenti complessivi pari a 214 miliardi di dollari, che verranno rispettivamente distribuiti tra fotovoltaico (101 miliardi), eolico (96 miliardi) e solare termodinamico (17 miliardi). Analizzando i singoli Stati, non dovrebbe stupire come sia la Cina a consolidare la posizione di leader grazie ad una capacità complessiva di oltre 62 gigawatt (più che raddoppiati negli ultimi tre anni). Le cifre, diffuse da Li Junfeng, segretario generale della Cina renewable energy industry association (Creia), confermano come la Repubblica Popolare sia stata lungimirante nell’accompagnare il rapido sviluppo economico con investimenti, sgravi fiscali e concessioni per parchi eolici, la cui capacità è passata da 26,8 gigawatt del 2009 a 44,7 del 2010 fino ai 62 del 2011.

Secondo proiezioni al 2020 compiute dal Partito comunista (report sul “Development planning of new energy industry”), Pechino farà registrare la più alta crescita di installazioni eoliche con ben 230 gigawatt. Intanto, a sostenere la ricerca, lo sviluppo e l’installazione di nuovi rotori è il dodicesimo Piano energetico quinquennale, approvato dal Parlamento cinese nel marzo 2011, che prevede un obiettivo di istallazione di altri 90 gigawatt di energia eolica entro il 2015. Insomma, il Dragone sta facendo del vento uno dei suoi asset portanti, anche per frenare l’attuale impatto nocivo delle centrali a carbone, principali fonti energetiche. Oggi quattro dei primi dieci produttori mondiali di turbine eoliche sono cinesi, grazie principalmente ad investimenti economici complessivi superiori a 20 miliardi di dollari. Subito dietro la Cina, nello scacchiere internazionale dell’eolico, ci sono gli Stati Uniti con quota 40 gigawatt. Ma anche su questo fronte le previsioni sono con “il vento in poppa”: parlano di 180 gigawatt tra un decennio. L’amministrazione Obama ha di recente presentato piani energetici destinati ad aumentare soprattutto la capacità eolica offshore.

“L’energia eolica offshore rappresenta un potenziale incredibile per il nostro Paese e ci stiamo muovendo per accelerare la scelta del sito, il leasing e la costruzione di nuovi progetti – spiega il segretario degli Interni Ken Salazar, che nel 2010 lanciò il programma governativo “Smart from the start” per sostenere il comparto del vento stelle e strisce. Tra le aree designate per i nuovi programmi, quelle del Outer Continental Shelf, comprese le zone al largo delle coste della Virginia, Maryland, Delaware e New Jersey. Un impianto solare fotovoltaico da 300 megawatt in Arizona è invece previsto dal “Sonoran solar PV project”, mentre il progetto eolico “Tule” da 186 megawatt sarà realizzato a 70 chilometri da San Diego, ideato da una società controllata del colosso energetico spagnolo Iberdrola Renewables.

L’Awea, l’American wind energy association, è convinta che il 2012 sarà ancora un anno positivo per l’eolico, che negli Usa coinvolge oltre 2.500 società attive a vari livelli per un totale di 37mila lavoratori. Un altro Paese dove l’eolico non conosce crisi è l’India. Ha oltrepassato i sedici gigawatt, con previsioni di altri cinque gigawatt entro il 2015, secondo la Wind turbine manufacturers association iniziative. In America Latina la parte del leone la fa il Brasile, che ha raggiunto il traguardo di un gigawatt nel 2011 e una pipeline di oltre sette gigawatt da completare entro la fine del 2016, come sottolinea Pedro Perrelli, direttore esecutivo della brasiliana Wind energy association (Abeeolica).

Insomma, una scommessa enorme. Qui, tra i più importanti progetti, un fondo per l’eolico di 740 milioni di euro garantirà 26 nuovi parchi eolici nello Stato del Rio Grande del Nord per una capacità totale istallata di 628,8 megawatt. Dieci impianti ricadranno nel municipio di Pedra Grande e Sao Miguel, per 169,6 megawatt, mentre a Sao Bento do Norte sono previsti quattro impianti per 94 megawatt. Il complesso Ala Blanca sarà costituito da cinque parchi eolici per 160 megawatt costruiti a João Câmara, Jandaíra e Parazinho. L’ultimo progetto prevede sette parchi eolici (205 megawatt). In Messico la situazione è analoga. L’attuale capacità installata è di 1.053 megawatt e dovrebbe superare i 2.500 megawatt entro il 2014. Secondo dati dell’Asociación mexicana de energía eólica, se negli ultimi cinque anni ci sono stati investimenti per oltre due miliardi di dollari, potrebbero salire a venti entro un decennio. Non solo. C’è chi indica, nelle previsioni, 20 gigawatt nel giro di poco più di un decennio. Ciò fa capire l’interesse intorno al settore. Secondo Leopoldo Rodriguez, presidente dell’associazione, la sfida si gioca sulle nuove tecnologie che fanno crollare il prezzo dell’energia: “La tecnologia offre il vantaggio di costi fortemente ridotti rispetto al passato – spiega Rodriguez. “Dieci anni fa un kWh costava 15-20 centesimi, oggi è compreso tra i 6.2 e gli 8 centesimi ed è abbastanza competitivo con le tradizionali fonti di energia. Ovviamente ora non si può competere contro il prezzo del gas naturale ma, a lungo termine, i progressi tecnologici potranno aiutarci a rendere molto più conveniente la produzione energetica dal vento”. Le sfide dell’eolico investono ormai tutti i continenti.

In Nuova Zelanda il progetto energetico dal ministero dello Sviluppo economico mira a passare dagli attuali 622 megawatt a 1,41 gigawatt entro il 2030, per arrivare a produrre il 10% dell’energia elettrica necessaria al Paese. Eric Pyle, amministratore delegato dell’associazione neozelandese “Wind Energy”, è certo che i costi dell’energia eolica siano destinati progressivamente a scendere, così come il prezzo delle componenti per la costruzione degli impianti. L’obiettivo è allora quello di fare concorrenza all’energia idroelettrica, una delle fonti più attive nel Paese. Anche l’Africa comincia a dir la sua nel panorama eolico mondiale. Il progetto eolico “Lago Turkana”, in Kenya, prevede 365 turbine in sedici ettari, per 300 megawatt e quasi tremila posti di lavoro. Carlo Van Wageningen, presidente del Consorzio locale, parla della più grande realizzazione settoriale a livello mondiale, con un investimento di 583 milioni e la fine dei lavori a fine 2014. Sarà invece di circa duecento turbine, utili per alimentare 88mila abitazioni, il progetto eolico di Suzlon Group in Sudafrica, annunciato da Dipuo Peters, ministro dell’Energia. Obiettivo per lo Stato sudafricano è un gigawatt di energia rinnovabile nei prossimi tre anni.

LA “LOCOMOTIVA” EUROPEA – Il continente europeo conferma i forti investimenti nelle energie rinnovabili: 12,6 miliardi di euro nel 2011, di cui la cifra più grande compete all’onshore (installazioni sulla terraferma) con 10,6 miliardi, mentre per l’offshore (pali in mare), che rappresenta la nuova direzione dell’industria eolica, l’investimento è stato pari a 2,4 miliardi. L’industria eolica europea ha avuto una straordinaria crescita media annua del 15,6% negli ultimi 17 anni (1995-2011), più o meno confermata lo scorso anno con un +11%. Nel 2011 sono stati installati 9.616 megawatt di energia eolica nei Paesi comunitari (praticamente la stessa quantità dell’anno precedente, pari a 9.648 megawatt), portando il totale a 94 gigawatt. Una cifra che copre il 6,3% dell’energia elettrica dell’Unione europea, con la Francia che subentra all’Italia nel terzo posto. I dati sono quelli della European wind energy association (Ewea). Nel dettaglio, la crescita di installazioni eoliche sulla terraferma in Germania e Svezia (ma anche in Romania), e quelle offshore nel Regno Unito (primato con 725 megawatt, obiettivo del 17% dell’energia totale nel 2020) compensano il calo negli impianti in mercati maturi come la Francia e la Spagna.

Per quanto riguarda la distribuzione di nuovi impianti tra le energie rinnovabili, l’eolico ha una quota del 21,4% rispetto al 46,7% del fotovoltaico e al 21,6% del gas. Va tenuto presente che le centrali a carbone continuano a registrare saldi positivi (rappresentano il 5% di tutti i nuovi impianti energetici del 2011), le nuove installazioni a petrolio hanno un 2% e quelle nucleari un 1%. Ma il dato nel complesso è più che positivo pere le energie rinnovabili: il 71% delle nuove installazioni riguarda le energie “alternative” (un anno fa erano appena il 38%).

LA CLASSIFICA “VERDE”: GERMANIA, POI SPAGNA – La Germania, con 29.060 megawatt, resta il Paese europeo con la maggiore potenza eolica installata. Con un 2011 che ha fatto registrare una tendenza ancora positiva per le energie rinnovabili. Lo scorso dicembre la produzione da eolico ha raggiunto circa gli 8,5 miliardi di kWh, secondo i dati della Bdew, l’associazione federale tedesca dell’energia e dell’acqua. La Spagna, con 21.674 megawatt, mantiene il secondo posto, nonostante la crisi che segna anche un calo della domanda di energia e soprattutto dell’esportazione (-27%). Si registra una preoccupante decrescita della quota delle rinnovabili (dal 36% al 33%). In forte calo soprattutto l’idroelettrico (dal 16% all’11%), secondo i dati della Red Electrica. Molto bene, invece, il termoelettrico e, a seguire, il fotovoltaico e l’eolico. Preoccupante l’aumento della produzione di centrali a carbone. Dopo Francia e Italia, terza e quarta, troviamo il Regno Unito, dove è in corso la costruzione della più grande centrale eolica offshore, la “London Array”, alla foce del Tamigi. Il 27 e il 28 gennaio sono state installate le prime due turbine delle 175 previste dal progetto, che dovrebbe essere completato a fine anno. Raggiungerà un gigawatt istallato, segnando il primato mondiale per capacità. E’ in fase di completamento anche l’impianto eolico offshore sulle coste della contea di Suffolk, con una capacità di 500 megawatt. Rimanendo nel Regno Unito, di recente la Scozia ha deciso di istituire un fondo di 35 milioni di sterline per sostenere l’energia eolica offshore, mentre anche l’Irlanda del Nord (undicesima nella classifica comunitaria dell’eolico) punta all’offshore: 600 megawatt verranno istallati a largo della costa di County Down, altri 200 per lo sfruttamento dei flussi delle maree presso l’isola di Rathlin e a Torr Head. L’obiettivo dichiarato è di raggiungere il 40% di rinnovabile entro il 2020. La Danimarca, che punta a divenire “fossil-free” entro il 2050 (attualmente il carbone rappresenta quasi il 44% della totale produzione di energia), ha un ambizioso appuntamento più ravvicinato: nel 2020 metà dell’elettricità verrà dal vento. E’ quanto emerge dal programma “La nostra energia” presentato dal nuovo ministro dell’Energia Martin Lidegaard (il nuovo governo è in carica dallo scorso settembre). L’esecutivo prevede di investire nel settore delle eco-energie 5,6 miliardi di corone, circa 750 milioni di euro, spingendo nel contempo le famiglie danesi a ridurre la media dei consumi domestici del 10% nei prossimi nove anni. “Si tratta d’uno sforzo storico per migliorare sul fronte del risparmio energetico e creare una cultura aziendale ancora più competitiva ed energicamente efficiente nel Paese – sottolinea il ministro. Tra i primi dieci produttori europei di eolico troviamo la Turchia, che nel 2011 ha registrato un incremento del 36% nella produzione di energia da fonte eolica. In base ai dati dell’Associazione europea dell’energia eolica, la capacità di produzione di energia elettrica da fonte eolica della Turchia è passata da 1.349 megawatt del 2010 a 1.799 megawatt di capacità.

ITALIA IN FRENATA – Dopo i grandi progressi compiuti dall’eolico in Italia negli anni scorsi, grazie in particolare agli incentivi, il settore sta vivendo una fase statica determinata, principalmente, dalle complessità del contesto politico. E’ vero che il 2011 si è chiuso con un aumento di 950 megawatt della potenza istallata allacciata alla rete nazionale (valore cumulato di 6.737 megawatt), seguendo il trend positivo del 2010; ma tali risultati costituiscono per lo più la conseguenza di iter autorizzativi che si concludono dopo quattro anni invece che nei 180 giorni previsti, come denunciano l’Associazione nazionale energia del vento (Anev) e l’Associazione produttori di energia da fonti rinnovabili (Aper). Non a caso a livello internazionale questi risultati ci penalizzano, facendo registrare il sorpasso della Francia in termini di potenza. E’ altrettanto vero, però, che il numero importante che esprime la potenza installata nel 2011 conferma la capacità del sistema eolico nazionale di realizzare una potenza intorno al gigawatt in soli dodici mesi, con condizioni amministrative non proprio esaltanti.

“Ciò conferma che il sistema collegato all’eolico possiede dei fondamentali di lungo termine solidi e che, se opportunamente sostenuto e messo in grado di operare al meglio delle sue potenzialità, può dare un contributo sostanziale all’economia del Paese – sentenziano le due associazioni, che offrono anche una lettura tecnica del contesto: “Questa inefficienza del sistema, accompagnata dall’emanazione del decreto legislativo numero 28/2011, di cui da quasi un anno si attendono i decreti attuativi con i quali definire le misure incentivanti per gli impianti che entreranno in esercizio dopo il 1° gennaio 2013, ha influito e influirà ancora sull’accelerazione delle installazioni nel biennio 2011/2012, a discapito delle iniziative post 2012 – si legge nel testo di un comunicato congiunto.

L’importanza dell’eolico, evidenziano gli operatori, non riguarda soltanto le ricadute in termini ambientali e di crescita “pulita”, ma anche un comparto lavorativo con circa 30mila addetti in Italia, con una crescita media annua di circa cinquemila unità, una rarità in tempo di crisi. Anche nel nostro Paese, come nel Regno Unito, una nuova frontiera può essere rappresentata dalle piattaforme marine. Il progetto “Powered” (Project of offshore wind energy: research, experimentation, development), ad esempio, supportato da oltre quattro milioni di investimenti, sta monitorando il potenziale eolico offerto dal mare Adriatico. L’iniziativa, che ha preso il via lo scorso anno e si concluderà nel 2014, prevede l’installazione in mare di una rete di anemometri, su pali alti tra i 40 e i 60 metri, che raccolgono dati scientifici sulle evoluzioni climatiche dell’area. Lo scopo è di determinare le condizioni ottimali per investire nell’energia del vento. A livello europeo, in materia di eolico offshore, è stato di recente pubblicato il rapporto “OffshoreGrid”, collegato all’omonimo progetto comunitario che ha analizzato la possibilità di utilizzare infrastrutture offshore per la connessione dei parchi eolici alla rete elettrica europea. Anche in questo caso è emerso l’enorme potenziale, anche in termini di risparmio economico, nel progettare e sviluppare parchi eolici installati in acqua, ma anche nel creare interconnessioni transnazionali in rete tramite innovative griglie elettriche.

LE PREOCCUPAZIONI DEGLI AMBIENTALISTI – La spinta alle rinnovabili, azione primaria per l’opera di decarbonizzazione, ha costituito da sempre un “credo” del mondo ambientalista. Negli anni passati i movimenti “verdi” si sono ritrovati a braccetto con gli industriali nella promozione di eolico e fotovoltaico. Tuttavia, alcuni “eccessi” che interessano entrambi i comparti – ad esempio la concentrazione di impianti eolici in alcune zone del nostro Mezzogiorno e delle Isole o la sottrazione di terreni fertili da parte del solare e la contemporanea infiltrazione nel business da parte della criminalità organizzata (del resto amaramente in linea con altre attività imprenditoriali) – hanno spinto diverse associazioni ambientaliste su posizioni critiche nei confronti sia dell’energia del vento sia di quella solare. Le maggiori preoccupazioni riguardano le ricadute sul paesaggio, quindi una pessima gestione di alcune situazioni, ma anche di cattiva informazione nel percorso di integrazione territoriale degli aerogeneratori. Le associazioni imprenditoriali, da parte loro, pur riconoscendo storture in alcune situazioni soprattutto nel Mezzogiorno, ritengono che alcuni problemi potrebbero essere scongiurati attraverso soluzioni accurate.

Ad esempio, nel caso dell’impatto visivo, armonizzando la presenza degli impianti nel paesaggio, mentre per il rumore basterebbe migliorare l’inclinazione delle pale e la loro conformazione, insieme ad una “revisione” strutturale che preveda l’isolamento acustico della navicella. Un’altra questione riguarda gli effetti negativi su flora e fauna circostante, in particolare l’impatto degli uccelli con il rotore delle macchine: in questo caso numerosi studi, pur confermando il problema, non lo discostano da quello causato dal traffico automobilistico o dai pali della luce o del telefono. In fondo, nel gioco dei pesi e delle misure, bisognerebbe soprattutto considerare che l’energia alternativa elimina importanti “fette” d’inquinamento, milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.