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Così il Parmigiano Reggiano combatte negli Usa le contraffazioni

18/12/2015 | Qualità
E’ ormai guerra aperta tra i colossi dell’agroalimentare italiano e il cosiddetto “italian sounding”

E’ ormai guerra aperta tra i colossi dell’agroalimentare italiano e il cosiddetto “italian sounding”, cioè i prodotti realizzati all’estero con l’obiettivo di imitare le eccellenze italiane.

Tra i marchi più “scopiazzati” c’è indubbiamente il Parmigiano Reggiano. Per questo il Consorzio è in prima fila nella lotta al fenomeno, che alligna soprattutto negli Stati Uniti, tra l’altro oggetto anche dei negoziati Ttip tra Unione europea e Usa.

Una nota dell’ente informa che dopo aver denunciato alla Commissione europea questo fenomeno che colpisce il Parmigiano Reggiano con 100mila tonnellate di prodotti venduti negli Stati Uniti con il termine “Parmesan”, e in confezioni che palesemente richiamano l’Italia, il Consorzio mette ora sul piatto gli esiti di una ricerca sviluppata da Aicod che oltre al danno per i produttori italiani evidenzia la situazione ingannevole che pesa sui consumatori americani.

I dati emersi nello studio dicono che per il 66% dei consumatori statunitensi il termine “Parmesan” non è affatto “generico”, come sostengono invece le industrie casearie americane, ma identifica un formaggio duro con una precisa provenienza geografica che il 90% degli intervistati indica senza alcun dubbio nell’Italia.

“Abbiamo mostrato alle persone intervistate due confezioni di ‘Parmesan’ made in Usa –spiega il direttore del Consorzio, Riccardo Deserti – di cui una senza richiami all’Italia e l’altra caratterizzata da evidenti richiami al Tricolore. Già nel primo caso il 38% dei consumatori ha indicato il prodotto come formaggio di provenienza italiana, ma la situazione è apparsa ancora più grave di fronte alla confezione caratterizzata da elementi di italian sounding, come ad esempio la bandiera tricolore o monumenti e opere d’arte italiane: in questo caso il 67% degli acquirenti americani è convinto di trovarsi di fronte ad un autentico prodotto italiano”.

Più duro Giuseppe Alai, presidente del Consorzio: “Un inganno che negli Usa colpisce decine di milioni di consumatori e che costituisce un grave pregiudizio all’incremento delle nostre esportazioni e, conseguentemente, un danno palese anche per i nostri produttori”.

Le cifre sono lì ad indicare la rilevanza del fenomeno. Gli Usa si collocano al terzo posto dopo la Germania e la Francia nella classifica delle esportazioni di Parmigiano Reggiano. Negli States infatti, nel 2014 sono giunte 6.597 tonnellate di prodotto corrispondenti al 17,8% delle esportazioni complessive. Nei primi otto mesi del 2015 si è registrato un incremento del 28,8% ed è proprio questo flusso in crescita che potrebbe letteralmente esplodere se venisse quantomeno ridotta la quantità di formaggio che negli Usa si richiama esplicitamente all’Italia.

“La battaglia aperta in sede di negoziati Ttip – afferma Alai – non sarà certo facile perché quelle 100mila tonnellate di prodotto che circolano negli Usa sono irregolari alla luce della legislazione europea sulle Dop, ma non vengono ancora considerate tali dall’industria e dalla normativa americana. Una delle strade da percorrere per sconfiggere il prodotto che si richiama al Parmigiano Reggiano e all’Italia – è stato il suo pensiero conclusivo – potrebbe essere proprio questa ricerca che a inizio 2016 presenteremo a Bruxelles e che dimostra inequivocabilmente come i consumatori americani vengano tratti in inganno da pratiche che si traducono in un palese danno per i nostri produttori, titolari della Dop più contraffatta, imitata ed evocata nelle denominazioni che circolano negli Stati Uniti”.

photo credit to antennaverde.it