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I “consigli” dell’Ocse: flessibilità nel lavoro e stop a condoni fiscali

06/03/2013 | Visioni
L'Ocse sostanzialmente promuove il governo uscente ma vuole più flessibilità.

Riforme “continue” nel mercato del lavoro per una maggiore flessibilità di assunzione e di licenziamento. Ma anche per la riduzione delle tempistiche per le procedure legali e la creazione di una rete di sicurezza sociale globale.

Sono alcune “indicazioni” contenute nel Rapporto 2013 “Going for Growth” dell’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, finalizzate a farci imboccare la strada giusta per lasciare la crisi alle spalle, almeno secondo il “navigatore” dell’organismo internazionale di studi economici con sede a Parigi.

Le “raccomandazioni” dell’Ocse giungono nella fase più acuta della campagna post-elettorale. Gettando benzina sul fuoco dell’emergenza occupazionale, tema al centro del dibattito, ma corredato più di buone intenzioni che di proposte innovative e concrete.

E, in fondo, anche la spinta dalle tinte fortemente neoliberiste dell’ente economico parigino non aggiunge molto di nuovo alle proposte messe sul tappeto dalla maggior parte delle forze politiche, sulla linea dell’arcinota lettera della Banca centrale europea (firmata da Trichet e Draghi) che ha costituito la base del programma del governo tecnico guidato da Mario Monti.

Il rapporto dell’Ocse ribadisce, infatti, i diktat: intervenire nell’istruzione universitaria attraverso privatizzazioni “all’americana”, aumentando le tasse universitarie a fronte di "un sistema di prestiti per studenti con rimborso condizionato al reddito"; accrescere la flessibilità sul mercato del lavoro; abbassare il cuneo fiscale ("Il cuneo fiscale sui lavoratori a basso reddito è elevato, il codice fiscale è estremamente complicato e l'evasione è alta – scrive l’Ocse); rendere più efficiente il sistema tributario; proseguire sulla strada delle liberalizzazioni.

Si tratta di ricette non certo nuove. Soluzioni strutturate più sul “reperita iuvant” che non su un’analisi articolata che tenga conto anche dei tanti fallimenti rimediati da tali politiche in molti Paesi del bacino mediterraneo: gli esempi di Grecia e Portogallo sono drammatici, ma non sta meglio l’Italia soffocata dal debito pubblico cresciuto anche con l’esecutivo Monti.

L'istituto parigino, ad onor del vero, non nasconde tali fallimenti. Evidenzia “la continua diminuzione del Pil pro capite italiano” (cresciuto ad un tasso medio dello 0,6% tra il 2001 e il 2006 per poi calare al ritmo di uno 0,1% medio nel quinquennio successivo), mentre nei Paesi più virtuosi dell'area Ocse sta accadendo il contrario, accentuando i divari tra Italia e media superiore dell'Ocse.

La spinta più drastica è sulla flessibilità. Qui l’ente parigino è netto: in Italia "l'eccessiva tutela del posto di lavoro per alcune forme contrattuali e una rete di protezione sociale piuttosto frammentata hanno creato un mercato del lavoro duale che ostacola una distribuzione efficiente della forza lavoro". Il riequilibrio tra posto di lavoro e reddito consentirebbe, secondo l’Ocse, di "migliorare la produttività in quanto favorirebbe una migliore distribuzione della forza lavoro verso utilizzi più produttivi".

Ed ancora, sempre sul fronte del lavoro, si fa riferimento ad "una migliore formazione professionale” e ad un “un migliore sostegno ai programmi di apprendistato”. Ed ancora, un viatico ai montiani: la tutela del lavoro va riequilibrata, ma "spostandola dalla protezione del posto di lavoro a quella del reddito del lavoratore". Il riferimento a Monti è esplicito: se è vero che il nostro Paese deve intervenire ancora in alcuni settori, gli interventi legislativi attuati nel 2011 e 2012 hanno apportato alcuni progressi significativi nella regolazione del mercato dei prodotti e nella liberalizzazione in quello del lavoro. Una sorta di promozione a voti quasi pieni per il governo uscente. Oltre alle riforme fiscali ("quando la situazione fiscale lo permette, ridurre la tassazione diretta sul lavoro"), l'Ocse chiede anche all'Italia di ridurre le barriere alla concorrenza, "proseguendo con le privatizzazioni ed eliminando i legami di proprietà tra governi locali e fornitori di servizi" e di ridurre i tempi delle cause civili. Infine, secondo l’Ocse bisognerebbe affermare "la volontà di evitare i condoni".