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Condivisione, nuova frontiera anti-crisi

24/07/2012 | Visioni
Il consumo collabvorativo, la nuova tendenza socioeconomica destinata a sconvolgere i piani. Delle aziende.

Si chiama Rachel Botsman. E’ una giovane e affascinante imprenditrice che sta lanciando in tutto il mondo il concetto del “consumo collaborativo” grazie al successo del suo libro “What’s mine is yours: the rise of collaborative consumption” ("Quello che è mio è tuo: l'ascesa del consumo collaborativo"), scritto con Roo Rogers. “Time Magazine” ha recentemente definito il “consumo collaborativo” come “una delle dieci idee che cambieranno il mondo”. Harvard Business Review ha aggiunto: “Il consumo collaborativo è una ondata socioeconomico che trasformerà il modo in cui le aziende pensano alle loro proposizioni di valore e il modo di soddisfare i loro bisogni”.

Di lei si stanno occupando tutti i principali organi d’informazione americani. Ma, di fatto, che cos’è questo “consumo collaborativi”? Si tratta, in sostanza, di una rielaborazione in chiave tecnologica dei concetti tradizionali di condivisione, quindi anche scambio, baratto, noleggio, donazione. Come ha scritto il “Wall Street Journal”, gli esempi abbondano: dalle persone che affittano le camere libere al car sharing fino ai siti coinvolti nel “peer-to-peer” dei prestiti. Tutto in rete. In fondo i soliti americani non hanno inventato nulla di nuovo. Anzi, a ben vedere, i concetti alla base del “consumo collaborativi” sono proprio europei.

Però le tecnologie a stelle e strisce permetteranno a questo settore di crescere. Fino a 100 miliardi di dollari, secondo alcune stime d’oltreoceano. Gli analisti americani della Frost and Sullivan hanno stimato che solo un settore, l'industria del car sharing nel Nord America, varrà 3,3 miliardi di dollari entro il 2016. Qualche esempio? Airbnb, società nata quattro anni fa e che gestisce una rete mondiale di alloggi offerti da persone del posto, lo scorso anno ha oltrepassato una quotazione sopra il miliardo di dollari. Ora dichiara oltre 100 mila immobili in 192 Paesi e oltre 19mila città in tutto il mondo. Ciò dimostra come per fare business occorrano però grandi numeri. In perfetto stile americano (e global). Se alcuni manager, come Brent Hoberman della società di venture capital Profounders, ritengono che questo mercato è attraente perché sono in gioco diverse tendenze, dai beni inutilizzati agli atteggiamenti non materialistici delle persone fino all’ecologia, è altrettanto vero che la crisi attuale ha ridimensionato molto certe spinte di “net economy”, dove la volubilità è una costante, i crolli sono frequenti e il virtuale non sempre s’accompagna con le virtù del materiale.

La Botsman, comunque, ha applicato anche su un piano pratico la sua intuizione. Per cui ha fondato “The collaborative lab”, un incubatore di innovazione che funziona con start-up, destinato a grandi imprese e a pubbliche amministrazioni, per fornire loro soluzioni innovative basate su buone pratiche, appunto, di “consumo collaborativo”. Ora sta estendendo i suoi studi anche sulla fiducia e sul capitale reputazionale. In uno dei suoi recenti interventi alla Microsoft Research ha innescando un ampio dibattito che non accenna a perdere toni. E il giro delle conferenze è incessabile, toccando eventi di alto profilo tra cui il Clinton Global Initiative, Ted, Hp, Google.

Alcuni indicano la Botsman come una delle migliori relatrici al mondo. I media internazionali esaltano il fenomeno: da “Wired” a “The Guardian”, da “New York Times” a “The Economist” fino alla Cnn sono tutte parole di elogio. Rimane il problema della fiducia del consumatore. Che in tempi di crisi non è poco: "La fiducia è una cosa che sta sul piano emozionale quanto su quello razionale - spiega Greg Marsh, amministratore delegato di Onefinestay, società che gestisce una rete di scambio di abitazioni - non importa quanto tu faccia, se le persone non sono psicologicamente preparate a fare il salto non importa quello che fai, non faranno il salto". Chiedersi perché il settore sia in crescita proprio adesso offre risposte decisamente scontate. "La recessione ha creato un cambiamento negli atteggiamenti: la gente è diventata più attenta ai costi, e sta anche guardando con occhi diversi i concetti di ricchezza e proprietà – pontifica la signora Botsman in perfetto stile a stelle e strisce. “Questo è il motivo per cui penso che questa non sia solo una tendenza, ma l'inizio di una trasformazione”.