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Cibo e sostenibilità, la ricetta di Barilla per l'Earth Day

22/04/2016 | Visioni
Sfamare 9 miliardi di persone nel 2050, si può fare solo con dieta sostenibile

Nel 2050 la crescita demografica arriverà a oltrepassare i 9 miliardi di persone con una richiesta di cibo che crescerà del 56%. In questo scenario di possibile aumento della produzione alimentare – e di conseguente impatto ambientale – potrebbe sembrare difficile mantenere il riscaldamento globale entro i 2˚C, obiettivo prefissato lo scorso dicembre durante la Conferenza di Parigi (COP21). Se si pensa che per sfamare il crescente numero di persone nel mondo occorre produrre di più, non è questa la soluzione.

In realtà, attualmente sprechiamo un terzo della produzione globale di alimenti, che equivale a quattro volte la quantità necessaria a dare da mangiare a 795 milioni di persone denutrite nel mondo, oltre ad avere una forte ricaduta sull’ambiente perché mentre il cibo si decompone rilascia gas metano, un gas serra 20 volte più potente dell’anidride carbonica.

Ecco, allora, che l’adozione di una dieta sostenibile secondo il modello dellaDoppia Piramide Alimentare e Ambientale– che promuove la Dieta Mediterranea con benefici per la salute dell’uomo e dell’ambiente – di pari passo con la lotta allo spreco di cibo per ridurlo del 50% entro il 2020, diventano ipassi fondamentali da compiere per intraprendere uno stile di vita sano e sostenibile.

Queste sono due tra le principali soluzioni proposte dallaFondazione Barilla Center for Food & Nutrition confermate anche nella seconda edizione di “Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro”. Un libro che rivela come le nostre scelte alimentari giochino un ruolo fondamentale nella salvaguardia del pianeta e che si inserisce nel cammino intrapreso dalla Fondazione BCFN passato dall’Expo 2015 e alla vigilia della ratifica da parte degli Stati dell’Accordo di Parigi, occasione mancata per riportare il cibo e l’impatto ambientale che ne deriva, al centro del dibattito politico, sotto l’egida della Giornata Mondiale della Terra (oggi, 22 aprile).

Si fa sempre più forte, inoltre, la necessità di ridurre le emissioni di gas serra dovute all’utilizzo dei combustibili fossili, deforestazione tropicale e intensificazione dell’agricoltura. La deforestazione tropicale legata all’espansione di nuove terre agricole, infatti, produce emissioni pari a 3,6 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, ma è l’attività agricola quella che ha un impatto senza precedenti sulle emissioni di gas serra, con circa 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, e che si conferma come il primo settore per emissioni di gas serra prima di energia e trasporti. Come sottolineato anche dal WWF Italia, è l’agricoltura a sfruttare maggiormente la superficie globale delle terre emerse: quasi il 40% della superficie terrestre, infatti, è sottoposto alle attività agricole e zootecniche, provocandoil 70% dell’utilizzo di acqua dolce a livello mondiale per l’irrigazione dei campi coltivatie causando la più grande perdita di biodiversità.

Adottare una dieta sostenibile permette di mantenere un basso impatto ambientale concorrendo alla protezione e al rispetto della biodiversità e degli ecosistemi e, allo stesso tempo, di conservare un alto livello di sicurezza alimentare e nutrizionale oltre ad essere economicamente accessibile.

“Alla vigilia della giornata mondiale della Terra, dobbiamo mantenere alta l’attenzione sulle sfide che ci attendono” dichiara il Vice Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Andrea Olivero- “occorre un salto di qualità che ci consenta di mantenere gli impegni assunti in COP 21, coniugando adeguati modelli di sviluppo economico, sociale e culturale, il diritto al cibo sano, la promozione della dieta mediterranea e la lotta allo spreco alimentare in una univoca visione strategica. Tale impegno comporta necessariamente un più efficiente utilizzo delle risorse naturali, una riduzione degli impatti ambientali e un modello produttivo che sia sostenibile anche dal punto di vista sociale; il cibo diventa il fattore che collega la salute dell’uomo alla salute del pianeta”.

Tutela del Suolo, Agricoltura sostenibile ed evoluzione delle Smart Cities

Il tema dell’alimentazione non può prescindere da quello di supportare l’agricoltura sostenibile. In quest’ottica, il primo problema da affrontare è quello della tutela del “suolo”. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization), il 25% dei suoli del pianeta è gravemente danneggiato e solo il 10% mostra qualche cenno di miglioramento, negli ultimi 40 anni è diventato improduttivo il 30% dei terreni coltivabili. E se guardiamo all’Europa, uno dei continenti il cui territorio è utilizzato in modo estremamente intensivo, tra insediamenti abitativi, sistemi di produzione (incluse l'agricoltura e la silvicoltura) e infrastrutture, la percentuale di suolo sfruttato raggiunge l’80%.Eppure, al tempo stesso,l’agricoltura sostenibile e la pratica di quella urbana si stanno configurando come una delle vie percorribili per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, ridurre le patologie legate all’alimentazione e i costi connessi e per rendere le città più vivibili.

Un esempio di approccio integrato che tiene conto delle diverse sfide riguardanti la sicurezza alimentare e i cambiamenti climatici è la cosiddetta Climate SmartAgriculture che si pone l’obiettivo di migliorare la sostenibilità economica offrendo supporto allo sviluppo delle entrate economiche del settore agricolo e sociale, sviluppando la resilienza del sistema alimentare ai diversi effetti del cambiamento climatico e ambientale fino a ridurre o eliminare le emissioni di gas serra.

Lotta allo Spreco di Cibo. Obiettivo, ridurlo del 50% entro il 2020

Se gli sprechi alimentari fossero rappresentati da un Paese, questo sarebbe il terzo principale produttore di anidride carbonica, dopo Stati Uniti e Cina.Solamente inItalia si spreca, ad oggi, il 35% dei prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura prodotti,determinando una perdita di 1.226 milioni di m3 l’anno di acqua, pari al 2,5% dell’intera portata annua del fiume Po e produce l’immissione nell’ambiente di 24,5 milioni di tonnellate CO2 l’anno

Ma lo spreco di cibo non è soltanto quello che si verifica nella parte finale della catena alimentare, durante la distribuzione, la vendita e il consumo, ma è anche la perdita che avviene nella fase di produzione agricola, dopo la raccolta e con la trasformazione degli alimenti. Sprechi e perdite sono profondamente influenzati dalle condizioni locali specifiche dei diversi Paesi. Lo spreco di cibo da parte dei consumatori è in media tra i 95 e i 115 kg pro capite all'anno in Europa e nel Nord America mentre i consumatori di Africa sub-sahariana, sud e sud-est asiatico, ne buttano via circa 6-11 kg all'anno. Nei paesi in via di sviluppo il 40% delle perdite avviene dopo la raccolta o durante la lavorazione, mentre nei paesi industrializzati più del 40% delle perdite si verifica nelle fasi di vendita al dettaglio e consumo finale. Complessivamente, tuttavia, i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo tendono a dissipare all'incirca la stessa quantità di cibo, rispettivamente 670 e 630 milioni di tonnellate.