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Appennini: una crisi che parte dal territorio

21/11/2015 | Esplorando
A causa delle cementificazione abbiamo perso la possibilità di produrre cibo per centomila persone

“In Italia, tra il 2012 e il 2013, a causa della perdita della fertilità dei suoli dovuta alla cementificazione abbiamo perso la possibilità di produrre cibo per 100mila persone. Un fenomeno che riguarda gli Appennini in particolare. E’ la denuncia di Michele Munafò dell’istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) nella giornata finale degli Stati generali delle comunità dell’Appennino, convocati da Slow Food Italia a Castel del Giudice, in Molise. Questa è solo una delle conclusioni dello studio “I comuni e le comunità appenninici: evoluzione del territorio” realizzato da Ispra insieme a Università del Molise, Università di Scienze Gastronomiche e Slow Food Italia, e dedicato appunto ai cambiamenti di questi contesti dagli anni Cinquanta/Sessanta a oggi.

“Il paradosso è che nella dorsale appenninica mentre il territorio si spopola, il cemento cresce" - continua Munafò.

Qualche dato aiuta a chiarire le idee: nel corso degli ultimi quarant’anni, la popolazione dei comuni montani degli Appennini è diminuita dell’8 per cento, aumentando la forbice con il resto d’Italia dove, invece, la popolazione è cresciuta del 10 per cento nello stesso periodo. Nonostante ciò, il consumo di suolo, che in Italia è passato dal 2,7 per cento nel 1960 al 7 per cento nel 2014 (dati Ispra), ha coinvolto non solo le periferie delle aree metropolitane, ma anche buona parte della dorsale appenninica, dove il cemento ha raggiunto le aree di fondovalle a discapito di terreni agricoli e pascoli e la percentuale complessiva di suolo ormai perso è quadruplicata in poco più di 50 anni, arrivando a sfiorare il 2 per cento del territorio.

“Ma per chi abbiamo costruito? – s’interroga retoricamente Munafò.

Il problema allora si concentra sul futuro degli Appennini. Qui, osservano gli analisti, occorre ridare ossigeno all’agricoltura. Perché lo sviluppo delle zone montane è consentito, a tutti i livelli, dallo sviluppo o dal mantenimento del settore primario. Se l’agricoltura funziona, il settore secondario si attiverà, determinando bisogni per il terziario. In questo modo si mantiene l’identità e si sviluppa cultura. Una strada possibile è l’alleanza tra operatori, costruire una rete tra le aziende e i poli sociali.

Queste sono alcune delle proposte emerse dai lavori delle quattro commissioni, Agricoltura, ambiente e paesaggio, Turismo sostenibile e infrastrutture, Ricerca e innovazione e Reti sociali, culturali e relazioni territoriali. Tre giorni di lavori, coordinati dalla vice presidente di Slow Food Italia, Sonia Chellini, che hanno visto impegnati oltre 150 agricoltori, allevatori, artigiani e rappresentanti di enti e consorzi per valutare lo stato attuale degli Appennini e i nuovi strumenti per una rinascita sociale, culturale ed economica della dorsale italica.

“Utilizzeremo la nostra rete e i nostri strumenti per intervenire sui modelli di produzione e distribuzione del cibo, favorendo meccanismi che possano sostenere l’agricoltura montana - sottolinea Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. “Agevoleremo percorsi di sostegno e promozione per i produttori delle aree appenniniche come abbiamo fatto per i Presìdi Slow Food, un sistema che ha aiutato e potenziato tantissime produzioni a rischio di estinzione in Italia e nel mondo. Ci impegneremo a moltiplicare le attività di Slow Food nelle aree appenniniche e far passare il messaggio che queste non sono aree svantaggiate, ma danneggiate da politiche miopi, nonostante abbiano tutte le potenzialità per garantire un alto livello di benessere. E noi di Slow Food non vogliamo solo fare ma anche far fare, spingere le istituzioni affinché mettano in campo misure che realmente creino benessere, occupazione e vantaggi agli eroi che vivono la montagna. Un esempio potrebbe essere l’indicazione dell’origine per i prodotti di montagna da indicare nelle etichette: il consumatore ha tutto il diritto di conoscere da dove proviene il cibo che sceglie e il produttore il diritto di differenziarsi e di evidenziare il valore aggiunto del suo prodotto. Infine, la ricerca deve partire dalle esigenze di chi vive questi territori e non da chi sa quali interessi. Concludo con l’invito alla rete di Slow Food ad arricchire i documenti prodotti dalle commissioni in questi giorni. Un lavoro che ci permetterà di arrivare ai prossimi Stati Generali con una progettualità sul futuro dell’Appennino condivisa dall’associazione della Chiocciola - chiude Pascale.

L’evento ha raccolto idee, suggestioni e proposte concrete per migliorare la qualità della vita e soprattutto ripopolare queste aree che in tanti si ostinano a chiamare marginali, ma che raccolgono energie e talenti che possono innescare quel tipo di economia comunitaria e condivisa potrebbe costituire la carta vincente per il futuro di tutto il nostro paese. E non solo.

Centrale il lavoro delle commissioni. “Non vogliamo vivere di finanziamenti europei, vogliamo vivere di reddito da lavoro. Se questo non succede gli agricoltori di montagna saranno gli indiani nelle riserve, usati dalle amministrazioni pubbliche nel momento della festa. E invece vorremmo una politica che ci permetta di dare ai nostri figli le stesse possibilità, la stessa offerta culturale dei figli dei cittadini - chiede senza mezzi termini il rappresentante dell’Associazione dei produttori di Pratomagno (dorsale tra il Valdarno superiore e il Casentino, a nord ovest di Arezzo). Unica strada per raggiungere questo obiettivo è ancorare la produzione alimentare alla valorizzazione della biodiversità, alla tutela del suolo e al rispetto del paesaggio. “Dobbiamo uscire dalla definizione di paesaggio come oggetto puramente estetico, il paesaggio è identità, è la nostra montagna, la nostra chiesa, i sapori e profumi che i nostri genitori ci hanno trasmesso. Dando una definizione soggettiva di paesaggio si fa la rivoluzione. Ricordiamo che non ci sono tanti paesaggi, ma solo uno: il nostro - ricorda Domenico Nicoletti, segretario generale dell’osservatorio europeo di Arco Latino e direttore del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Quattro le direttrice della commissione Agricoltura, ambiente e paesaggio, coordinata dall’agronoma Silvia de Paulis:

tutela del suolo, l’elemento di cui si dimentica la finitezza, ma che invece garantisce il nostro benessere, non solo economico;

reddito da lavoro e non da finanziamenti, reso possibile dalla valorizzazione della biodiversità e della qualità delle produzioni;

riscoperta di ambiente e paesaggio inteso come identità;

– creazione di reti anche attraverso politiche sociali che siano al servizio del territorio e di chi lo vive senza che venga snaturato.

La commissione Turismo sostenibile e infrastrutture, coordinata da Giovanni Perri, è partita dalla necessità di affermare l’Appennino come soggetto unico di promozione culturale e territoriale. “Il turismo è un settore trasversale che coinvolge attori diversi e necessita di un approccio scientifico, progettato in maniera condivisa tra l’amministrazione pubblica, il settore privato e la società civile. Il progetto dei Presìdi Slow Food può essere replicato anche a livello turistico, adattandolo al mondo dei servizi in un’ottica di sostenibilità intesa come rispetto dell’esperienza di vita del turista», è la proposta emersa e sintetizzata da Perri. “Il ricco patrimonio immateriale delle comunità dell’Appennino entra a pieno titolo tra gli elementi prioritari nello sviluppo di un nuovo modello turistico, nel quale la politica è chiamata a partecipare garantendo servizi di alto livello, base indispensabile per costruire un’offerta turistica di qualità. Dalle strutture ricettive alla pianificazione degli itinerari, il turismo ha bisogno di lavorare sulle specificità dei territori in maniera integrata”.

Obiettivo della commissione Ricerca e innovazione, coordinata da Cinzia Scaffidi, è stato quello di elaborare un nuovo modello di sviluppo per l’Appennino a partire dalle comunità. Questo significa lavorare sul territorio, accogliere le esigenze delle popolazioni per sviluppare nuovi modelli di produzione, trasformazione, commercializzazione dei prodotti agricoli: “Perché non si può avere sviluppo del settore secondario e terziario se il primario non è solido - spiega Scaffidi. Queste istanze devono essere integrate ai Piani di sviluppo rurale, che spesso si dimostrano slegate dalle reali necessità locali.

L’approccio della commissione Reti sociali, culturali e relazioni territoriali, guidata da Marisa Gigliotti, è stato più antropologico: “Abbiamo incontrato la comunità di allevatori di Pescocostanzo, nell’aquilano: 30 famiglie che vivono dell’allevamento di bovini e bufale da latte, produzione di latte crudo in un territorio vocato all’allevamento ovino e caprino. Una comunità che rischia di perdere identità e storia perché manca il ricambio generazionale: rimarranno le bufale ma non le persone. Purtroppo le istituzioni spesso sono miopi rispetto a realtà del genere, imponendo regolamenti che mal si combinano con la realtà locale”.

Nel corso dei lavori s’è parlato anche delle tante storie di protagonisti legati ai Presìdi Slow Food che, resistendo alle lusinghe della vita di pianura, curano i territori e tutelano la biodiversità.

Come quella di Luca Benatello, che dopo gli studi da scenografo all’Accademia di Belle Arti di Torino, quattro anni fa ha deciso di cambiare vita e trasferirsi in Liguria con la famiglia per aprire una piccola azienda agricola. Qui alleva il gallo nero della Valle di Vara, ma anche ovini e caprini, e coltiva il grano tenero antico della valle. “Il terreno è scosceso e roccioso come qualunque zona di montagna – racconta Luca – ma è dietro le Cinque Terre quindi la temperatura è piuttosto mite, perché influenzata dal mare, e questo facilita molto il lavoro». In questo non facile territorio il gallo nero è la risorsa perfetta per fare economia in spazi piccoli e terrazzati: «qui ormai ci sono solo boschi e pochissimi campi coltivati. Con la mia presenza contribuisco a combattere il fenomeno dell’abbandono delle terre, che qui purtroppo è molto diffuso”.

Stefano Fogacci, allevatore di vacca bianca modenese, racconta appassionato tutte le difficoltà della montagna: “Qui è tutto più scomodo e pericoloso, perciò le lavorazioni sono molto più costose della media e ad aggravare la situazione c’è anche il fatto che i terreni sono meno produttivi. Inoltre, per tutelare l’ambiente, non usiamo prodotti chimici e questo certo non aiuta in termini economici”. Quella di Stefano è una delle poche aziende rimaste in questa zona: queste problematiche hanno, infatti, costretto molti a chiudere. “Anche se alcuni giovani hanno fatto la scelta coraggiosa di tornare in montagna – racconta Stefano – non sono comunque molti quelli che resistono a lungo: per questo lo spopolamento in Appennino è così alto”. La soluzione adottata da Stefano per sopravvivere è quella di autovalorizzarsi: la sua fattoria è a ciclo chiuso, cioè si occupa di tutta la filiera dall’inizio alla fine, con l’obiettivo di salvarsi dalla concorrenza degli allevamenti di frisone, la cui diffusione sta favorendo l’estinzione della vacca bianca modenese.

Massimo Iori, sulle montagne di Pistoia, ha una grande passione per il suo lavoro ed è riuscito a trasmetterla ai suoi figli, due ragazzi di 16 e 18 anni, che hanno intenzione di continuare la tradizione di famiglia dopo di lui. “Se dovessi considerare solo quello che guadagno avrei fatto meglio a lavorare come operaio, ma ho l’allevamento nel sangue – spiega. Produce pecorino. “Le aziende rimaste sono molto poche, fino a dieci anni eravamo molti di più e all’epoca dei miei nonni, che hanno fondato l’azienda nel 1954, ancora di più – racconta. Il pecorino della montagna pistoiese rimane un’importante risorsa d’uso e mantenimento del paesaggio e delle popolazioni sul territorio che ha bisogno di essere preservata.

Silvana Crespi De Carolis è innamorata della montagna umbra, in particolare di quella del paesino in cui abita, Civita di Cascia, in provincia di Perugia. Qui coltiva la roveja, un piccolo legume simile al pisello, ma di colore verde scuro, marrone o grigio. È una pianta rampicante la cui raccolta è molto difficoltosa: gli steli sono lunghi, superano abbondantemente il metro di altezza, e sono facili all’allettamento, rendendo così quasi impossibile l’impiego della mietitrebbia meccanica. Ma non è solo il terreno scosceso a rendere difficile la coltivazione: “Un altro problema – dice Silvana – è che la terra viene ereditata in piccoli appezzamenti e quindi arare o portare il trattore, per esempio, è più dispersivo. Sul fronte geologico si aggiungono delle complicazioni dovute al fatto che ci sono solo dieci centimetri di terra e sotto sono tutti sassi: la roveja però riesce a resistere grazie alla sua radice corta!”.

Ancora pecorino, ma nell’area marchigiana dei monti Sibillini. Qui la produzione è notevolmente diminuita, di conseguenza l’allevamento della pecora Sopravissana, storicamente presente in questi pascoli, è stata quasi completamente abbandonata in favore di razze più produttive. Enrico Beccerica è uno dei pochi produttori rimasti: “Le mie 750 pecore possono pascolare liberamente ad alta quota e stare a contatto con la natura, a differenza di quelle delle aziende in pianura. Però per noi il lavoro è più difficile, perché dobbiamo spostare le greggi in terreni impervi e d’inverno può esserci la neve che complica le cose. Molte aziende – continua – si fanno scoraggiare da queste difficoltà e chiudono, ma ora i giovani si stanno accorgendo che c’è una prospettiva di lavoro e tornano in queste zone”.

Nel Lazio, la marzolina è un piccolo formaggio che un tempo si produceva solo nel primo periodo di lattazione della capra, nel mese di marzo, appunto. Tipica della zona di Frosinone, era quasi sparita ma nel comune di Esperia la tradizione si è mantenuta e ora sono ben tre i produttori del Presidio. Uno di questi è Loris Benacquista: “Una volta la marzolina era prodotta solo nelle famiglie ma con il Presidio vive una seconda gioventù – spiega Loris, che racconta le molte difficoltà dell’Appennino: “In primo luogo c’è il problema del contatto con gli animali selvatici, come i lupi e gli orsi bruni marsicani, che sono un pericolo per la sopravvivenza delle capre, o i daini e i camosci, che rendono vana la sverminazione delle greggi. Inoltre d’estate si aggiunge il problema degli incendi nei boschi, per cui nelle zone bruciate non si possono far pascolare le capre perché tarderebbero il ripristino della flora. Ma i vantaggi sono evidenti: i formaggi sono molto più buoni se le greggi pascolano libere nella natura”.

Turca, turchesa, o turchesca, così è definita, fin dal Settecento, la patata coltivata sulla montagna abruzzese, per sottolineare la sua origine straniera. Negli ultimi decenni è stata gradualmente sostituita da cultivar più produttive, rischiando la completa estinzione: perciò è stato istituito il Presidio, di cui oggi ci sono numerosi piccoli produttori che ottengono dai 5 ai 40 quintali all’anno. Fra questi c’è Filiberto Cioti, che racconta: “La patata turchesa è coltivata fino a 1200/1300 metri dove il terreno di montagna si presta di più, anche se può accadere che la natura si riprenda il suo spazio: i cinghiali, infatti, spesso devastano le coltivazioni. In più ci possono essere problemi climatici: quest’anno, per esempio, la siccità ha fatto crollare la produzione. Anche noi siamo stati colpiti dal fenomeno dello spopolamento ma ci sono comunque dei giovani che decidono di tornare: la montagna deve ricominciare a produrre e deve essere valorizzata”.

In Molise riflettori puntati sulla “Signora”, che è un insaccato di carne suina tipico di Conca Casale, piccolo comune di 200 abitanti nella spopolata provincia di Isernia. Per secoli la produzione della “Signora” di Conca Casale è stata esclusivamente famigliare ma da qualche anno Bruno Bucci ha deciso di produrre nuovamente per il mercato questo salume antico e affascinante: “Nella mia azienda agricola i maiali sono allevati allo stato semi brado perché allevarli completamente in natura sarebbe impossibile a causa delle frequenti nevicate invernali. La produzione di questo salume è stagionale: d’inverno lo prepariamo e d’estate ci occupiamo della vendita, incentivata grazie alla presenza di numerosi turisti”. Seguire la stagionalità limita la quantità prodotta ma fa sì che la produzione rimanga artigianale e non raggiunga grandi numeri: “il bello e il brutto dell’artigianalità è che il salume può venire bene o no e lo scopri solo nel momento in cui lo apri - dice Bruno.

Antonio Ninichiello, produttore di olio extravergine insieme alla moglie Maria in Campania, spiega che “la movimentazione dei mezzi meccanici e l’irrigazione in un territorio scosceso sono lavori piuttosto difficili. Ma la coltivazione in montagna ha anche un beneficio fondamentale rispetto a quella in pianura: l’olivo ad alta quota è riparato dall’attacco della mosca olearia, che qui arriva più tardi, a causa delle basse temperature”.

Il caciocavallo podolico è invece uno dei marchi della Basilicata. “Grazie al Presidio non c’è il rischio che il prodotto non venga capito, anzi, si riesce a spiegarlo bene e a specificare la differenza con altri formaggi: sono tutti caciocavalli ma il mio è fatto in modo tradizionale – racconta Francesco Pecorelli, che produce con il latte delle mucche di razza podolica che alleva personalmente. “A me piace stare in montagna – racconta – perché adoro la tranquillità del verde ma i problemi del vivere qui sono molti: i frequenti sbalzi climatici causano conseguenze sia sulla quantità di latte prodotto sia sulla produzione del caciocavallo, la cui pasta si deve acidificare seguendo dei tempi naturali, ma se fa troppo freddo acidifica in ritardo”. Per fortuna anche molti giovani non sono scoraggiati dalle difficoltà e, controcorrente rispetto alla tendenza attuale, tornano in montagna: “A Rivello – racconta Francesco – alcuni giovani si stanno avvicinando a questo mestiere per tradizione familiare e questo non può che farmi piacere, significa che la tradizione continua”.

Dalla Basilicata all’altopiano della Murgia, in Puglia. Territorio un tempo ricco di allevamenti e di coltivazioni che si adattavano bene al terreno roccioso e spesso privo di acqua. Oltre alle colture destinate al commercio, i contadini piantavano legumi, cipolle, che erano alla base della loro alimentazione e che vendevano nei mercati locali: ceci e lenticchie, soprattutto, e tra i primi in particolare il cece nero della Murgia carsica. Vito Abrusci, uno dei produttori, lo descrive come “un legume molto gustoso e ricchissimo di fibre, addirittura tre volte tanto la quantità presente in uno comune. Grazie alla sua alta concentrazione di ferro, è molto consigliato per le donne in gravidanza”. E continua: “Il cece nero è coltivato a rotazione con la cipolla rossa (anch’essa Presidio Slow Food) perché cede al terreno le giuste quantità di azoto. In più la produzione è tutta manuale, come da tradizione”.

Sui rilievi della Calabria, in provincia di Cosenza, Vincenzo Brunetti ha un allevamento di vacche di razza podolica calabrese. Sono bovini a rischio di estinzione, poco diffusi e molto rustici, di cui sono rimasti solo 25mila capi iscritti al libro genealogico. I costi di allevamento della podolica sono più alti rispetto a quelli di razze più note, a fronte di una produzione di latte leggermente minore. Inoltre, gli allevatori seguono un disciplinare rigoroso che non contempla insilati o prodotti geneticamente modificati. “La mia critica è che la politica dell’Unione europea è incoerente - denuncia Vincenzo. “Da un lato sono orientati verso i temi del biologico e della sostenibilità, costringendo le produzioni di questo tipo a seguire normative molto rigide, dall’altro permettono che in commercio ci sia di tutto, anche carne proveniente da altri Paesi, venduta a prezzi bassissimi. Insomma, le regole sono diverse per produzioni di tipo diverso ma poi per quanto riguarda il commercio siamo considerati tutti uguali! E questi problemi si superano solo se le persone sono informate di quello che stanno mangiando, bisogna dare informazioni corrette, è una questione culturale”.

In Sicilia i boschi dei Nebrodi (50mila ettari di faggi e querce in gran parte all’interno di un parco naturale) sono l’habitat naturale del suino nero, una specie autoctona dal mantello scuro di cui sono rimasti circa 2000 animali. Antonino Borrello ne alleva 50 in grandi recinti all’aperto all’interno dei boschi: “Per i suini questo ambiente è l’ideale perché non stanno in zone umide, ma per l’uomo è difficile lavorare perché si tratta di zone impervie in cui è complicato fare le recinzioni e i ricoveri per gli animali”. E continua: “Le difficoltà della vita hanno allontanato molti da questi territori ma io non me ne andrò mai perché vedere la natura crescere è il lavoro più bello e nobile che possa esistere! Bisognerebbe riavvicinare le persone alla natura, con progetti come gli agriturismi: grazie a questa attività io posso avere una produzione a filiera chiusa e fare anche trasformazione e vendita diretta del prodotto in modo da decidere il prezzo e non essere in balìa dei distributori”.