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Agricoltura, crollano i prezzi all'origine

15/02/2016 | Agricoltura
Bizzarrie climatiche e import rendono poco competitive le nostre produzioni

Crollano i prezzi nelle campagne italiane; parliamo del -60% per cento dei pomodori, del -30% per il grano duro e del -21% per le arance, rispetto all’anno scorso. E’ quanto emerge da un’analisi su dati Ismea a febbraio 2016 dai quali si evidenzia che la discesa delle quotazioni al di sotto dei costi di produzione mette a rischio il futuro della produzione italiana, in occasione della divulgazione dei dati Istat sul Pil.

Ma quali possono essere le cause di tanta sciagura? Anticipo dei calendari di maturazione, accavallamento dei raccolti, varietà tardive diventate precoci, con eccesso di offerta prima e crollo della disponibilità poi: sono questi sono alcuni degli effetti dell’andamento climatico anomalo sulle verdure che subiscono anche la pressione delle importazioni, determinate dall’embargo russo nei confronti dell’UE e, più recentemente, della Turchia, ma anche la scarsa trasparenza dei mercati.

Così prodotti come i cavolfiori o i finocchi hanno visto crollare le quotazioni, rispetto allo scorso anno, rispettivamente del 36,1% e del 26,7%, mentre il radicchio, 32 centesimi al chilogrammo, è posizionato su quotazioni inferiori del 55,4% allo stesso periodo del 2015.

La situazione più grave è però quella delle colture in serra, in primo luogo i pomodori, le cui quotazioni si sono ridotte del 60,4% rispetto al 2015, principalmente a causa delle forti importazioni agevolate dal Marocco che stanno condizionando il mercato europeo. In sofferenza anche prodotti tipicamente invernali come arance e kiwi. Le arance sono quotate all’origine il 21,3% in meno dello scorso anno, con un prezzo medio pagato al produttore intorno ai 22 centesimi, in un mercato invaso da agrumi di importazione, spesso spacciati per italiani. 

A subire gli effetti delle importazioni è anche un altro prodotto simbolo della dieta mediterranea made in Italy come l’olio extravergine di oliva sotto la pressione dell’annunciato accesso temporaneo supplementare sul mercato dell’Unione di 35mila tonnellate di olio d’oliva tunisino a dazio zero per il 2016 e 2017, dopo che in Italia sono già aumentate del 520% le importazioni dell’olio di oliva dal Paese africano.