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“Scorie radioattive”, l’Italia ha una bomba sotto i piedi

06/03/2012 | Editoria
Dove sono finite le scorie radioattive del periodo nucelare? Come vengono trattate? Il libro fornisce una serie di risposte. Inquietanti.

Di tanto in tanto, in date sconosciute, ci sono treni che fanno la spola tra l’Italia e la Francia attraversando paesi e città. Trasportano scorie nucleari. Soltanto che nessuno lo sa. Sulle rive della Dora Baltea, esattamente a Saluggia, è stipato l’85 per cento dei rifiuti radioattivi italiani, in gran parte in forma liquida. Dovevano essere solidifcati trent’anni fa, e invece sono ancora lì. Insieme a cinque chili di plutonio, una quantità sufficiente a uccidere cinquanta milioni di persone: un decimo di milligrammo, se inspirato, costituisce ufficialmente una dose mortale.

Millecinquecento metri più a valle c’è il più grande acquedotto del Piemonte, e quando il fiume è in piena, chi sa trema. Ma in silenzio. Ci sono depositi di rifiuti radioattivi un po’ ovunque nel Paese. Frutti dell’avventura nucleare italiana e “all’italiana”.

Tante scorie radioattive di cui si sa poco. Gli scarichi di routine dei centri nucleari finiscono nei fumi e nei laghi, ma nessuno sembra notarlo. Sotto il terreno bresciano sono stipate quaranta bombe atomiche, altre cinquanta ad Aviano: secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa Usa, nelle basi “italiane” ci sono “problemi di edifici di supporto, alle recinzioni dei depositi, all’illuminazione e ai sistemi di sicurezza”, mentre “a guardia delle basi vi sono soldati di leva con pochi mesi di addestramento”. Anche questo, di certo, sette italiani su dieci lo ignorano. In Italia due referendum hanno detto no all’atomo. Ma il nucleare è qui, sotto i nostri piedi. E nessuno vuole farcelo sapere.

A raccontare questi fatti inquietanti e ben documentati c’è “Scorie radioattive” (Aliberti), un libro-dossier scritto da Andrea Bertaglio e Maurizio Pallante, nomi di primo piano dell’ambientalismo italiano. Il volume rivela i reali rischi che corriamo in Italia e sui quali la maggior parte degli organi d’informazione sembra distratta.

Nel libro si parla, tra l’altro, di tredici tonnellate di combustibile nucleare che dal vecchio reattore della Garigliano, centrale nucleare da 150 MW a Sessa Aurunca (Caserta) chiusa nel 1982, un anno fa sono state spedite prima a Saluggia, in provincia di Vercelli, e poi appunto in Francia, provocando forti scontri tra i manifestanti e la polizia. In un’intervista al quotidiano on-line “L'Indipendenza”, Andrea Bertaglio spiega che il passaggio di questi treni generalmente non viene comunicato alla popolazione. “Il motivo potrebbe essere quello di non informare un eventuale terrorista delle modalità e degli orari del trasporto – sottolineano. “Quello che però gli attivisti e i cittadini contestano non è tanto il fatto che non informino su quando avvengono questi trasporti, ma che non informano la popolazione sulle misure da adottare in caso di emergenza. Indipendentemente da quando questi trasporti nucleari avvengono, la popolazione che vive lungo quel tratto di ferrovia deve essere informata su cosa deve fare in caso di necessità; e questo è obbligatorio sia per la legge italiana, che per quella europea, che per quella regionale del Piemonte. Il protocollo di legge prevede infatti che la popolazione venga avvisata per tempo e che venga predisposto un piano di sicurezza. Certo, sarebbe complicato, perché le persone coinvolte sarebbero moltissime, visto che questi piani di emergenza prevedono che si allerti la popolazione residente in una fascia di duecento metri ai lati della ferrovia da cui passano questi treni, ma per legge la Regione Piemonte sarebbe tenuta a farlo. In caso di incidente sono previste delle misure sia di evacuazione che di permanenza in casa, e le persone per legge dovrebbero saperle prima, così da evitare un macello nel momento in cui dovesse succedere qualcosa di indesiderato”.

Alla domanda che cosa potrebbe accadere in caso di incidente, la risposta parte con un “È facile intuirlo”. Quindi la spiegazione: “Un treno di rifiuti radioattivi che dovesse disperdere anche una piccola parte del suo contenuto in una zona densamente popolata come quelle attraversate potrebbero creare tragedie che non si risolverebbero tanto facilmente. Basta vedere cosa è successo l’anno scorso in Giappone, dove le persone ancora oggi sono costrette a vivere al di fuori della cosiddetta ‘zona di esclusione’, e possono fare rientro a casa propria una sola volta al mese, per evitare eccessivi rischi di contaminazione. Certo lì si sta parlando di una intera centrale, ma sarebbe meglio non sottovalutare nemmeno questi trasporti che, come abbiamo visto, hanno provocato accese proteste anche in Germania. Bisogna stare allerta, senza creare allarmismi, ma considerando che un rischio enorme deriva anche solo dal fatto che la gente, quando in caso di emergenza non sa come comportarsi, può anche peggiorare la situazione. E tutto ciò per cosa? Per non risolvere il problema. Quella del riprocessamento in Francia è infatti una cosa completamente inutile: in questo modo l’unica cosa che si fa è quella di togliere le barre di combustibile dall’Italia per un po’ di tempo (dieci o quindici anni), senza però risolvere il problema. La radioattività dopo qualche anno ritornerà completamente. Una questione prettamente di immagine per chi fa queste scelte, che però rinvia solamente la risoluzione dei problemi. Che non si limitano a Trino e Saluggia, ma riguardano anche Caorso, ad esempio, che ha mandato tutte le sue scorie in Francia per il riprocessamento, ma che appunto riceverà presto tutto indietro. Queste barre dovrebbero trovarsi invece nel famoso deposito nazionale, che l’Italia comunque prima o poi dovrà fare. Doveva essere fatto per legge entro il 31 dicembre 2008, ma ancora non c’è. E queste scorie continuano ad andare avanti e indietro per il pianeta. Il libro rivela che l’Italia deve sborsare ancora cinque miliardi di euro da qui al 2025 per la bonifica dei vecchi impianti. Una cifra importante, rivelata da Sogin, la società per la gestione degli impianti nucleari controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, responsabile del decommissioning nazionale, ossia del piano di gestione delle scorie radioattive e bonifica delle centrali nucleari. Soltanto nei primi cinque anni si dovranno spendere 400 milioni di euro. La gestione (lo smaltimento non è possibile) delle scorie nucleari prodotte in Italia nel periodo atomico (1946-1990), che a metà anni Sessanta ha portato il Paese a essere il terzo maggiore produttore di energia nucleare, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, già nel 1998 è stata affidata alla Sogin, una società pubblica che, in quanto tale, porta gran parte dei costi generati dalle attività che le sono state affidate ad essere sostenuti dagli italiani.

Siamo infatti noi cittadini, in un momento già difficile di suo, a dovere pagare lo smantellamento attraverso le bollette dell’elettricità, alla voce “oneri nucleari” contenuta nella componente A3. E se a quasi venticinque anni dall’abbandono della produzione di energia da fonte termonucleare si devono ancora affrontare tutti questi problemi e questi costi, è difficile immaginare quanto si sarebbe speso se il referendum del 1987 avesse dato un esito diverso.