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“Maker Faire”, l’innovazione è anche rurale

22/10/2015 | Agricoltura
Maker Faire, una delle principali fiere dell’innovazione, ha dimostrato che l'agricoltura è sempre più hi-tech

L’agricoltura è sempre più hi-tech. L’ennesima prova è stata offerta da “Maker Faire”, una delle principali fiere dell’innovazione che nei tre giorni romani, a metà ottobre, ha calamitato 100mila persone nell’area dell’università “La Sapienza”. Maker-inventori, artigiani, designer, startupper, creativi, ma anche imprenditori agricoli particolarmente al passo con i tempi hanno rappresentato un importante spicchio di futuro. Stampa 3D, Arduino, open source, robotics, digital fabrication e manifattura digitale l’hanno fatta da padrone con presenze nei settori dell’istruzione, della moda, del patrimonio culturale, dell’healthcare, dell’agricoltura e del food making. 

Agli organizzatori del “Maker Faire” sono giunti oltre 1.200 progetti provenienti da 65 Paesi diversi, tra i quali anche gli Emirati Arabi Uniti, l’Honduras e l’Iran, new entry che non avevano partecipato alle prime due edizioni. Sono stati invece ben 122 i progetti presentati dalle scuole italiane, trenta quelli selezionati che hanno avuto uno stand gratuito in fiera.

Ma cos’ha offerto il variegato mondo dell’hi-tech rurale ed enogastronomico? Ecco una panoramica di ciò che è andato in scena al “Maker Faire” in questo settore.

Si parte dalle serre, sempre più automatizzate. Come la “QB8”, programmabile da smartphone e pc, realizzata da Girolamo Daniele Bruneo, Giovanni Battista Pullarà e Vincenzo Spatola (Sensei Server) del FabLab Palermo.

Il progetto di questa serra automatizzata, come ci spiegano gli ideatori, sfrutta le potenzialità dell’infrastruttura modulare “Sensej Open Source Things Server” realizzata dal team. La serra è stata costruita all’interno di una vetrinetta cilindrica ed è composta da due ambienti separati. Quattro sensori monitorano in tempo reale umidità, temperatura e luce informando l’utente circa lo stato delle rilevazioni. Il sistema gestisce l’irrigazione, il ricircolo dell’aria, l’attivazione dell’umidificatore e delle lampade. L’intero sistema può essere controllato, gestito e personalizzato attraverso una interfaccia web user friendly incorporata nel sistema stesso.

Sebbene il progetto non necessiti di connettività per il funzionamento di base, il sistema può accedere a Internet per inviare e-mail di Alert, può essere configurato per pubblicare status su Twitter o inviare Sms via web, può esportare i dati aggregati e potenzialmente pubblicarli su servizi cloud. Se il sistema viene connesso in rete, può essere reso accessibile remotamente.

Ancora in Sicilia, dove va in scena in una forma “dolce” il connubio tra artigianato tradizionale e nuove tecnologie. L’Antica Dolceria Bonajuto, cioè la cioccolateria più antica della Sicilia, offre il proprio prodotto all’innovativa stampa 3d della 3D Italy, neonata azienda del settore. Il “motore” di questo insolito scambio di idee è il nuovo Store 3D Italy di Ragusa. L’idea è quella di stampare realmente il cioccolato, rigorosamente quello siciliano di Modica, utilizzando una stampante 3D desktop a deposizione di strati. Da qui “3D Italy e Bonajuto

Il cioccolato Bonajuto viene prodotto con un’antichissima tecnica di lavorazione a bassa temperatura, risalente alla civiltà cerimoniale azteca, che fu portata a Modica nel XVI secolo dagli spagnoli durante la loro dominazione. La sua pasta magra e friabile, priva di burro e grassi, si è dimostrata dopo vari test a diverse temperature perfetta da estrudere tramite una stampante 3D.

Racconta Franco Ruta, titolare dell’azienda Bonajuto: “La nostra azienda ha raccolto con entusiasmo l’invito a collaborare, da sempre la nostra convinzione è che il concetto di ‘antico’ non significhi ‘vecchio’ ma si tratti invece di un bagaglio di esperienze continuamente in progresso che partendo da punti fermi imprescindibili (rispetto per materie prime e caratteristiche del prodotto) possono sempre essere messe al servizio della sperimentazione”.

Dalla Sicilia alla Calabria, nel naturale anfiteatro della piana di Sibari affacciata sul grande golfo dello Jonio. Qui l’azienda agricola Favella, che da oltre 80 anni produce alimenti di alta qualità, nel totale rispetto della natura e con un occhio costante verso il futuro, ha creato “Coltiverra”, un’infrastruttura tecnologica che permette a tutti di poter crescere il proprio cibo. Si tratta di una web app personalizzata che consente di creare un orto personale all’interno delle serre tecnologiche dell’azienda (4.500 metri quadrati a disposizione). La struttura è dotata di tutti gli strumenti tecnologici: ogni orto è monitorato da una webcam che restituisce le immagini all’utente, insieme ai parametri registrati dai sensori di umidità e temperatura. Così l’utente può seguire i progressi dell’orto e proporre interventi sotto la guida di un agronomo esperto che suggerisce le azioni da intraprendere.

L’orto, sempre visibile tramite webcam, permette quindi di monitorare tutti i parametri ambientali scegliendo le modalità di irrigazione o i fertilizzanti da utilizzare. Quando i prodotti sono maturi, l’utente può decidere se riceverli direttamente a casa o rivenderli sulla piattaforma in cambio di crediti. L’orto è garantito, produce sempre un quantitativo minimo di prodotti.

Coloro che preferiscono la coltivazione casalinga possono puntare su “Orticale”, prototipo di un orto verticale costruito con materiali di recupero. La soluzione sfrutta la rotazione parallela per garantire equa distribuzione di cibo e acqua in uno spazio ridotto. E’ disponibile in versione manuale, automatica, fotovoltaica, con timer. E anche su scala industriale, per risparmiare spazio.

Altro orto verticale interattivo è “Phytosense”. Si tratta di una parete verde ottenuta dal riciclo dei pallet. Anche in questo caso, la tecnologia è resa possibile dall’uso di Arduino. Una serie di piante selezionate per la loro consistenza consentono l’interazione con l’utente, il quale ha la possibilità di toccare le loro foglie e di modificare la luminosità e l’ambiente.

Ancora orti grazie a “Rotoorto”, in questo caso girevole da balcone, quindi ideale per spazi ristretti. Disposto su diversi livelli, con un originale sistema di rotazione e di irrigazione controllata, permette di gestire in modo indipendente la crescita e la coltivazione dei diversi ortaggi, dei fiori e delle piante in generale.

Biobot” è l’ennesima serra interattiva che monitora automaticamente l’ambiente di coltivazione delle piante. Fornisce la quantità d’acqua necessaria e mette a disposizione le migliori condizioni di luminosità e di ventilazione. Gestisce inoltre i livelli di temperatura e di umidità per garantire una crescita facilitata delle piante, anche negli spazi interni.

Plants & Machiens” è una serra acquaponica controllata da un’intelligenza artificiale in cui coltivare ortaggi senza che le condizioni climatiche, il luogo o la stagione rappresentino un problema.

Meg” (Micro Experimenting Growing) è una serra automatizzata basata sull’illuminazione a Led e open source. E’ adatta per la coltivazione indoor. Permette di controllare con precisione i parametri chiave indispensabili per la crescita delle piante. 

LillyBot 2.0” è invece un acquario automatico che permette, anche in ambito domestico, di coltivare la spirulina, una micro alga commestibile, ricca di proteine e di Omega 3. Si coltiva con l’aggiunta di alcuni elementi nutritivi, come sale marino e nitrato di potassio, ma anche bicarbonato di sodio, che crea un ambiente simile ai laghi in cui la spirulina cresce in natura.

Dalla produzione al consumo. In Campania è stata messa a punto una pentola che si comporta come un piccolo robot. Si chiama “Poommarobot”. E’ stata creata unendo un vecchio smartphone, una scheda Arduino ed una pentola per la salsa napoletana. Si tratta di una prima versione di una piattaforma hardware e software facilmente espandibile, economica e potente da poter essere usata nella didattica e nella ricerca in robotica ed intelligenza artificiale. Attraverso un’applicazione Android che esegue su un tablet esterno, l’utente può sperimentare con la Telepresenza (il robot invia lo streaming della sua percezione visiva al tablet). Il robot può essere telecontrollato oppure è in grado di esibire alcune forme di comportamenti autonomi. È in grado di muoversi nell’ambiente circostante, di monitorare i parametri ambientali di temperatura ed umidità (gli alloggiamenti per i sensori sono realizzati utilizzando una stampante 3D), di essere geolocalizzato e di mostrare diverse emozioni attraverso semplici espressioni facciali e vocali. Utilizza un altoparlante bluetooth per garantire un adeguato volume alla propria voce. I costi necessari alla sua realizzazione sono estremamente bassi ed è progettato per incoraggiare la filosofia open.

A realizzarlo è stato Gaetano Saurio, 36 anni, informatico barese trasferitosi a Mondragone, in provincia di Caserta, dopo aver vissuto alcuni mesi a Dublino per un stage presso la Ibm. Una delle sue più grandi passioni è il mondo delle piante: ha un grande giardino nel quale si dedica alla riproduzione e di specie autoctone e all’acclimatazione di tropicali rare. Inoltre è presidente di un’associazione ambientalista per il recupero dell’alveo di un torrente.

E’ “made in Emilia”, invece, “Wenda”, soluzione integrata per i vini ad alto valore aggiunto. Unita alla bottiglia permette di monitorare i parametri che ne influenzano lo stato di conservazione, la protegge dalla contraffazione e la trasforma nella porta di accesso al mondo del vino.

“Wenda” innanzitutto misura temperatura, raggi ultravioletti ed inclinazione, parametri che possono influenzare lo stato di conservazione di una bottiglia di vino dal punto di vista chimico; nel contempo dispone di un sensore anticontraffazione che entra in funzione quando il dispositivo viene staccato dalla bottiglia; infine, grazie ad un accessorio, ostacola i tentativi di refilling.

Tecnicamente come funziona? Il dispositivo ha tre anime: una App, che legge i dati dei parametri (T, UV, Inclinazione) e accede ai contenuti del Cloud; il Device, unito alla bottiglia, memorizza i dati dei sensori ed è la porta di accesso al Cloud; infine la Piattaforma Cloud conserva i contenuti da rendere disponibili ad ogni bottiglia in modo dinamico.

“Wenda” è rivolta a produttori di vino, ristoranti, enoteche, trasportatori, distributori e grossisti. E’ frutto di una start-up, nata a febbraio 2015: l’esperienza di ingegneri che lavorano da anni nel settore delle tecnologie innovative si è unita alla visione innovativa del settore agroalimentare e alle competenze di giovani studenti e docenti del Dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Bologna.

Quattro studenti laureandi in ingegneria presso il Politecnico di Torino - Ivan Cagnassi di Cherasco, Andrea Gullino di Bra, Luca Ferrero di Torino e Gabriele Masseroni di Ivrea - hanno presentato “Self yo”, un distributore automatico di yogurt realizzato secondo la logica maker e controllato da un’applicazione mobile Android. Il sistema è autonomo e ha bisogno soltanto di essere ricaricato delle materie prime (yogurt, toppings e granelle), il collegamento alla rete elettrica e un accesso ad internet (WiFi).

"Il nostro distributore si interfaccia con il cliente tramite l’applicazione per Android da noi sviluppata che permette la creazione dell’ordine, il pagamento e l’input al distributore per l’erogazione - spiegano i quattro creatori.

Non sono mancati prodotti più “raffinati” e curiosi come la biometria di “Thimus”: indossando un casco con sensori per la lettura EEG, i visitatori hanno avuto modo di sperimentare come si reagisce alla presentazione di cibi e bevande e del loro packaging. Uno strumento interessante per la definizione del brand e per le strategie di comunicazione, basilari nell’influenzare le scelte del consumatore.

Assoluti protagonisti della fiera, anche per le loro applicazioni in agricoltura e nell’ambiente, sono stati i droni. Tante le aziende che commercializzano questi mini apparecchi volanti, ma anche la presentazione del primo corso universitario in Italia certificato Enac di formazione e addestramento per il pilotaggio di droni.

Presenti in “Maker Faire” anche numerose aziende agricole, capaci di fondere l’antico con il moderno.

La coltivazione idroponica in serre ermetiche e sterili è stata presentata dall’azienda “Ferrari Farm”, ubicata a 700 metri di quota, su una splendida ed incontaminata collina che domina il lago del Salto, in provincia di Rieti. Vanta tecnologie colturali molto avanzate e realizza, con una tenuta di circa dieci ettari, due tipi di coltivazioni: in pieno campo 100 per cento biologiche (frutteto ed orto, incluse spezie ed erbe officinali) e coltivazioni idroponiche in serre ermetiche sterili di nuovissima generazione (è l’unico impianto in Europa).

L’azienda è dotata, poi, di una linea di trasformazione semi-automatica con un impianto per concentrazione e cottura che lavora sotto vuoto per non far perdere le caratteristiche nutrizionali ed organolettiche al prodotto lavorato, al fine di poter commercializzare prodotti di elevata qualità.

Per scelta, provvede alla difesa delle colture in via preventiva, selezionando specie resistenti alle malattie ed intervenendo con tecniche di coltivazione appropriate. Il solo fertilizzante “ammesso” è il letame che proviene esclusivamente da aziende zootecniche certificate bio, nonostante si possa per legge fare ricorso ad altre sostanze di origine naturale espressamente autorizzate. All’interno del podere vi è un frutteto che ospita più di 500 piante di differenti specie; le principali varietà coltivate sono: melo, pero, albicocco, susino, ciliegio, visciolo, fico, nocciolo, noce e castagno. Vi è, inoltre, un orto biologico che include un’area dedicata alle spezie ed alle piante aromatiche.

Sempre nel Lazio, a Cerveteri, un antico casale di pietra del Settecento e due chalet ospitano l’agriturismo e gli appartamenti affittati dalla signora Paola Lupi all’interno dell’azienda agricola biologica “Casale dei pozzi”. Gli chalet sono stati realizzati con materiali naturali e a basso impatto ambientale, secondo i dettami della bioarchitettura. L’azienda dispone di un frutteto e si sviluppa su oltre sei ettari. Fiore all’occhiello è la fattoria didattica, con momenti di “pedagogia attiva” in cui il bambino conosce, sperimenta, manipola attraverso un percorso conoscitivo, emotivo, sensoriale. All’interno dei laboratori vengono utilizzate antiche ricette insieme all’innovazione, moderno materiale audiovisivo (computer, mega schermo) e soluzioni innovative.

Tra i prodotti: dadi vegetali biologici; erbe aromatiche per pasta; erbe aromatiche varie; erbe aromatiche per carne e pollo; sali aromatici e sali aromatici macinini.

Infine due presidi Slow Food. A Serra de’Conti, un piccolo centro sulle colline marchigiane, opera un gruppo di appassionati desiderosi di salvare dal rischio di estinzione legumi, cereali, dolci, salse che sono stati alla base della storia alimentare di questo territorio. Cibo, salute, biodiversità insieme al piacere della convivialità, alla memoria, alla valorizzazione del patrimonio enogastronomico sono i cardini intorno ai quali si muove la cooperativa “La bona usanza”. Ha iniziato con la cicerchia e il lonzino di fico (presìdi Slow Food) e oggi ha anche ceci, fagiolo solfino, farina di granuturco quarantino, sapa e agresto.

La cicerchia, lathyrus sativus, è una leguminosa a granella e proviene da una pianta erbacea annuale, abbastanza simile alla pianta dei ceci. La sua origine è molto antica e proviene dal Medio Oriente; i greci la chiamavano lathiros,  per i romani era cicerula. In Italia erano diffuse una ventina di specie, coltivate nel centro e sud. Nel tempo la produzione si è progressivamente ridotta, fino quasi a scomparire. La varietà preferibile, per la facilità di cottura ed il sapore, è minuta e giallognola. Si semina in primavera, all’ inizio di aprile, e si raccoglie alla fine di luglio; non ha bisogno di colture particolari, cresce anche in condizioni difficili, resiste alla siccità, si adatta a terreni poco fertili. Come tutti i legumi ha caratteristiche nutrizionali interessanti, sia per l’elevato contenuto di proteine e amido sia per la scarsa quantità di grassi. Buona presenza di vitamine B1, B2 e PP, calcio, fosforo e fibre. Oltre a essere un alimento saporito, si può conservare secca a lungo.

Nel territorio di Serra de’ Conti, sulle colline del Verdicchio, si coltiva con tecniche a basso impatto ambientale una varietà particolare di cicerchia: piatta e spigolosa, con colorazioni che vanno dal grigio al marrone maculato, con una buccia poco coriacea e un gusto meno amaro delle altre varietà. Non ha bisogno così di tempi lunghi di ammollo bastano 8 ore e solo 45 minuti di cottura. Queste caratteristiche la rendono apprezzabile al gusto e adatta a piacevoli ricette sia tradizionali che innovative. È un ingrediente particolarmente versatile: ottima in zuppe e minestre, ma anche cucinata in purea o servita come contorno dello zampone. Con la farina di cicerchie, inoltre, si preparano maltagliati e pappardelle.

Chiudiamo tornando in Sicilia. E precisamente a Scillato paese che si adagia nella valle del fiume Imera, ai piedi del Parco delle Madonie, in provincia di Palermo. Antiche acque sorgive rendono fertili i suoi terreni, che ospitano giardini, uliveti e frutteti. Floridi agrumeti caratterizzano da sempre le sue campagne, con varietà molto particolari: tardive e molto succose.

Questo territorio è la zona di produzione di una particolare albicocca: i contadini della zona sanno che, da sempre, questa varietà è considerato un frutto prezioso; un tempo c’era chi arrivava da lontano, seguendo la fama del suo profumo e del suo sapore.

E’ una varietà di albicocca precoce, dal frutto piccolo, spesso sfaccettato di rosso, molto profumato e dal sapore intenso. La raccolta inizia alla fine di maggio e dura solitamente due o tre settimane. La coltivazione è tradizionale: ogni anno si potano gli alberi, non si fanno trattamenti chimici – né per il terreno né per i frutti – e si raccoglie a mano, in modo scalare. Gli alberi sono grandi e hanno più di 30, 40 anni. I frutti sono sensibili alle manipolazioni e ai trasporti e, per questa ragione, la loro commercializzazione è limitata ai mercati vicini.

A Scillato tutte le famiglie contadine preparano ogni anno un’ottima confettura di albicocche. Ma la pressione di prodotti più redditizi e di mercati più dinamici ha reso questa varietà a rischio di scomparsa.

Da circa un anno, cinque ragazzi hanno deciso di impegnarsi per valorizzare i prodotti del proprio territorio trasformando questa passione in una ragione per non abbandonare Scillato. Hanno creato un’associazione (denominata “I Carusi”, che in siciliano significa ‘i ragazzi’) e avviato un percorso di recupero di vecchi impianti di albicocco abbandonati. Ora stanno lavorando per realizzare nuovi impianti, aumentando così la superficie e la produzione di albicocche di Scillato.

Hanno inoltre recuperato l’antica ricetta della confettura del paese, coinvolgendo le donne, le mamme, le nonne, e hanno affiancato a ogni frutteto, un orto, che arricchisce le tavole dei “Sciddatari” e di alcuni paesi limitrofi. In un paese di poche anime, la loro attività ha rimesso in circolo dinamismo e speranza.