Agricoltura: settore sempre meno protetto.

Il recente accordo al ribasso sulle risorse destinate ai Fondi strutturali, sancisce, fra l’altro, il consenso comunitario ad una revisione dell’attuale regime della Pac già a partire dal 2008-2009, ovvero, in prossimità del successivo appuntamento del Wto 2010, quando, verosimilmente, buona parte della componente europea non farà più parte del G8 e, quindi, si vedrà, probabilmente, costretta a passare definitivamente la mano su parte, se non tutto, il sostegno ritenuto “discorsivo” per l’agricoltura.

In tale possibile scenario, una prima constatazione riguarda il tasso di copertura pubblica del comparto, oramai ridotto a circa il 35% del valore della produzione agricola e composto per quasi il 70% da trasferimenti di politica agraria (di cui per il 65% circa di matrice comunitaria) e per il restante 30% circa da agevolazioni regionali e nazionali. Si conferma, pertanto, la percezione di un settore sempre meno protetto e più esposto alle escursioni del mercato mondiale e, quindi, oggi più di ieri, bisognoso di una strategia capace di travalicare le logiche settoriali per confrontarsi anche con fenomeni “macro” come il probabile perdurare della debolezza del dollaro, o il prevedibile ulteriore incremento dei costi delle fonti di approvvigionamento energetico.

Tale strategia, fra i suoi compiti, avrà anche quello di ri-allinare il tasso di incremento dei prezzi agricoli a quello che normalmente si registra negli altri settori ove i prezzi, negli ultimi 20 anni, hanno viaggiato a velocità praticamente doppia. A livello comunitario, inoltre, è opportuno ricordare come, portata a termine, e non senza congestioni, la riforma per alcune delle principali Ocm (seminativi e zootecnia), nel 2006 andranno a regime anche le riforme per altre Ocm portando sempre più a compimento quel disegno di “Ocm unica” che finirà, inevitabilmente per ripercuotersi sulla vita associativa delle professionali. Per l’Italia, la riforma riguarderà comparti altamente sensibili come l’ortofrutta e il vitivinicolo, che pur rappresentando “solo” circa il 18% degli aiuti Pac nazionali, pesano per circa il 35% della produzione agricola nazionale. Pertanto, anche in questo caso, occorrerà essere vigili al fine di non appesantire ulteriormente i redditi in quei settori che, essendo fisiologicamente ad elevato impiego di capitale umano, si avvantaggiano meno di forme reddituali complementari come la pluriattività o il part-time. Infine, a livello nazionale, la recente rimodulazione delle risorse per la prossima programmazione dello Sviluppo rurale resasi necessaria anche per consentire l’ingresso dei nuovi Paesi membri, impone un serio ripensamento la logica del riequilibrio territoriale, tesa ad invertire il processo di spopolamento e abbandono in atto già da diversi anni soprattutto nelle aree più interne centro-meridionali (i dati indicano una contrazione annua di circa l’1% di Sau negli ultimi 30 anni).

Tale dinamica, se non contrastata, rischia seriamente di accentuare ulteriormente la fragilità di un settore che, viziato da una chiara asimmetria concorrenziale nella filiera, concorre oramai solo per il 45% del valore dell’intero settore agroalimentare, il quale, di contro, esprime circa il 5% del Pil nazionale. Eppure, invero, non tutto quello a cui sinora si è assistito è stato privo di interesse. Negli ultimi tempi, ad esempio, diverse iniziative sono state intraprese, anche con coraggio, a livello centrale e locale, sia per confermare misure tradizionali di sostegno al settore, come, ad esempio, gli interventi di crisi, le Accise, l’Irap, l’Iva, sia per rilanciare l’agricoltura tramite strumenti più innovativi come quelli sull’etichettatura obbligatoria, sul rilancio contrattuale delle filiere, sui distretti rurali ed agroalimentari, sul cuneo fiscale o sulla lotta al sommerso in agricoltura. A noi dell’Uci piace, quindi, ripartire da qui, con una serie di propositi che devono obbligatoriamente superare la stanca logica delle buone intenzioni di inizio anno, tendendo, di fare del nostro operato, non un mero opificio amministrativo, ma un laboratorio a cielo aperto ove porre a valor comune le esperienze e le professionalità di tutto la nostra compagine. Prendendo le mosse dalla consapevolezza di alcune delle strutturali peculiarità del settore, come la senilizzazione, la polverizzazione o il deficit di penetrazione commerciale, il nostro impegno è quello di mantenere, ancora una volta, la rotta tra le tentazioni di un’agricoltura intesa come giardino privato, ove piantare il privilegio del Nimby, e tra un’agricoltura come mercanzia, meritevole di essere considerata solo se rispondente a parametri di redditività convenientemente definiti. Il convincimento dell’Uci, invece, è quello di consegnare al più presto al passato la stagione di un agricoltura codificata, prigioniera di un approccio settoriale, restituendole le strategie di azione alle ispirazioni più limpide del suo patrimonio socio-culturale.

Per garantire la traduzione in pratica di tali auspici, l’Uci già ricopre ruoli di rilievo in cabine di regia chiave, apportando il proprio contributo propositivo in tavoli negoziali istituzionali e ministeriali. Tuttavia, al fine di non confinare all’astratto il proprio operato, l’Uci è ben consapevole della valenza prioritaria da attribuirsi al legame con il territorio, da rafforzare addensando un consenso crescente intorno a temi noti, come quello del trasferimento tecnologico coniugati con iniziative all’avanguardia, come quelle sulle bioenergie. Obiettivi ambiziosi, dunque, rispetto ai quali l’Uci si appresta a fare fronte avviando una intensa campagna di riqualificazione del capitale umano, inteso non solo come organigramma, ma soprattutto come sistema sinergico con gli imprenditori agricoli, colmando uno vuoto da troppo tempo trascurato dalle linee di indirizzo programmatico. Temi come condizionalità, filiera corta o certificazione volontaria tipo Iso 22000, si possono perseguire solo tramite un protagonismo attivo da parte di tutti i soggetti interessati, attribuendo loro un ruolo nel processo di identificazione dei fabbisogni rispetto ai quali calibrare una politica attenta alle opportunità del contesto e al rispetto delle regole da parte di tutti i “player” nazionali ed internazionali. Nei nostri auspici, tale impegno fornirà l’occasione per far sì che temi come l’euro forte, lo smantellamento del sussidio e l’apertura dei mercato, siano percepiti anche come opportunità per creare ricchezza da parte delle nostre produzioni più tipiche e a più alto valore aggiunto, come momento commerciale per patrimonializzare l’appartenenza italiana al mercato agroalimentare più “nobile”, quello europeo, che da solo vale circa il 50% del commercio globale agricolo, come avvenimento unico per re-definire una redistribuzione più equa del valore all’interno della filiera.

L’Uci, si candida, quindi come l’interprete autentico di un processo di riqualificazione del settore, ove connettere la vitalità imprenditoriale ad una sana politica di intervento, condivisa da parte del contribuente, utente di servizi ambientali e acquirente di produzioni di alta qualità, capaci di creare ricchezza per la collettiva.